La stessa organizzazione operaia non esisterebbe se non mercé l'azione individuale di pochi, e forse di uno, sorto a prepararne il terreno senza aspettare che tutti si muovessero di iniziativa e spinta propria». Individualista nel senso che al termine era riconosciuto dalla tradizione anarchica, cioè «nei rapporti fra compagni, nei mezzi d'attacco e nella concezione rivoluzionaria», il Borghi si proclama avversario di qualsiasi forma autoritaria e cristallizzata di società. Ma - avverte - non è tanto la concezione anarchica comunista che presenta la possibilità di sfociare in una forma degenerativa di questo tipo, quanto proprio quella degli individualisti puri. La realizzazione del comunismo anarchico infatti prevede, oltre all'instaurazione dell'uguaglianza economica, l'abolizione di ogni potere politico. Una volta che ciò si sia effettuato, il comunismo «sarà suscettibile di tutte le trasformazioni e innovazioni che l'esperienza profana e quella scientifica indicheranno», allontanando così ogni pericolo di accentramento e di autoritarismo. Tale forma di libertà non sarebbe invece consentita in una società che fosse abbandonata, secondo la pratica individualista, all'arbitrio dei singoli; i più forti fra questi infatti, esprimendo la propria personalità senza osservare quei limiti che devono essere imposti dalla necessità della convivenza sociale e dall'interesse comune, finirebbero per prevalere sui più deboli. «La lotta quindi uscirebbe ben presto dai confini individuali per assumere atteggiamento collettivo, riproducendo il punto di partenza della società borghese. I deboli si unirebbero per combattere i forti e si ricostituirebbero le due classi antagoniste: dominati e dominatori. Risorgerebbero i capi della propria classe che diverrebbero i novelli gendarmi in difesa dei nuovissimi tiranni». E con ciò la violenza sarebbe accettata, non come mezzo di lotta necessario alla liberazione dalla schiavitù borghese, ma come « regola costante di vita». Pericoli di schiavitù e di sottomissione morale esistono anche in regime anarchico comunista, «ma in tale regime mancherebbe ai forti - come strumento di oppressione - il fattore economico, mezzo potentissimo di dominazione e di schiavitù». Gli individualisti - afferma il Borghi - rifiutano il concetto di società perché non lo sanno concepire senza implicazioni autoritarie; ma «l'errore consiste nel chiamare società l'insieme di contraddizioni, di contrasti e di rapporti cannibaleschi che oggi ci deliziano; né tale certo si potrebbe chiamare il caos amorfista: l'anarchia soltanto, come noi la intendiamo, armonizzando il lato materiale della vita sociale e riducendo alle nobili gare del pensiero e dell'animo lo spirito combattivo degli individui potrebbe con ragione chiamarsi società umana». Il Borghi esprimerà ancora i propri motivi di dissenso dagli individualisti al I congresso anarchico italiano che si svolse a Roma dal 16 al 20 giugno 1907. Gli interventi dei relatori sono tutti pubblicati su «Il Pensiero», dal n. 11 del 1° giugno al n. 14 del 16 luglio 1907. Sono già presenti in questa analisi i motivi centrali del pensiero del Borghi, quelli stessi che informeranno tutta la sua azione di anarchico e di organizzatore sindacale: in primo luogo l'affermazione della necessarietà dell'azione individuale per spingere le masse verso obiettivi rivoluzionari e per impedire la formazione di apparati burocratici cristallizzati. In secondo luogo il richiamo a una simbiosi di elementi morali e di interessi materiali che, al di là degli scopi umanitari che si proponeva, esercitò nel campo sindacale un ruolo rivoluzionario reale, esortando incessantemente alla necessità di non confinare l'azione operaia fra le chiuse pareti degli obiettivi economici e degli interessi di categoria, ma di innestarla alla lotta per la costruzione di un nuovo tipo di società. Il mezzo sindacale era l'unico ritenuto rispondente alla nuova situazione di fatto creatasi all'inizio del secolo che vedeva il dilagare delle organizzazioni del partito socialista e delle leghe di resistenza nel clima di progressismo liberale e di graduale evoluzione economica che sembrava aver lasciato per sempre dietro di sé un passato di persecuzioni e di lotte clandestine.

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