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giovedì 3 marzo 2022

L’AUSTRALIANO – Jerzy Skolimowski

Siamo in un villaggio del Devon, nel sud dell'Inghilterra, su un campo di cricket in cui una squadra di paesani gareggia, con molto fair play, contro gli ospiti d'un asilo psichiatrico. Uno dei ricoverati, Charles Crossley, all'apparenza uomo normale ma con una strana luce negli occhi, narra al supposto Robert Graves venuto in visita che cosa gli  accadde anni fa, quando reduce dall'Australia col potere sovrannaturale acquisito dagli aborigeni di emettere un grido tanto possente da uccidere tutti all'intorno, se ne servì per strappare la giovane Rachel al marito Anthony, un musicista elettronico. Mentre si svolge la partita il racconto procede a ritroso, e contempla le fasi del fatato ricatto, per cui Anthony, credendosi protetto dal suo bel razionalismo, prima cerca di resistere al disagio prodotto dallo sconosciuto che  gli si è installato in casa a rievocare episodi di magia nera, poi tenta di liberarsene benché la moglie lo difenda, infine è costretto dalla paura (ha assistito alla morte di un pastore e del suo gregge, colpiti dall'urlo terribile) ad accettare la compiaciuta resa di Rachel e il ménage a tre. Dopo che Anthony, conquistato dai sortilegi, ha provato a spegnere l'anima dell'intruso, il racconto di Crossley torna a chiudersi sul terreno di gioco, ma    durante un uragano che fa almeno tre morti: se per fulmine o aborigena furia  ciascuno  decida in cuor suo. 

Caldamente applaudito al festival di Cannes (ebbe ex aequocon Ciao maschio di Marco Ferreri il premio speciale della giuria), L'Australiano si raccomanda per il talento con cui racchiude ed esalta molte virtù  audio-visionarie. Skolimowski ritrova lo scrupolo morale che contraddistinse i suoi film degli inizi, non escludendo che tutto il dramma sia un incubo scatenato dal  senso di colpa del marito, il quale suona l'organo in chiesa ma tradisce Rachel con una donna del villaggio, però ora lo colloca come impalpabile sottofondo d'un assoluto metaforico in cui l'angoscia e il fascino dei portenti  percorrono il quotidiano, vibrano nell'inconscio di un artista che insegue nei suoni il trionfo dell'immaginario e nell'universo mentale d'una donna che cede all'attacco di una magica virilità. Sotto un cielo che adombra prodigi fra i costumi della buona società, Skolimowski  ci porta tra fossili insidiosi e fiori fraudolenti, accosta i tè delle cinque ai riti delle tribù, apparenta gli stridori della musica elettronica ai gemiti delle  anime imprigionate nella pietra. Non ci chiede di credere al racconto, ma di serbarci aperti alla meraviglia dell'impossibile nel bel mezzo della civiltà tecnologica. Nel suo sistema di comunicazione fantastica l'urlo di Crossley è anche la nostalgia dell'uomo  naturale, la riconquista di poteri ancestrali. Film modernissimo per il taglio delle scene e per l'eco che vi serpeggia delle polemiche culturali sui rapporti fra la  malattia psichiatrica, l'impero dell'immaginazione e le nevrosi prodotte   dalla repressione sociale. Un film  che certamente non annoia; il clima rarefatto, un arcano respiro, pulsioni segrete, molto  gusto del  fantastico ed eleganti colpi di spillo contro la civiltà del rumore che ci strega ed assedia. 



Questa è la veridica storia della Ⓐ

A cerchiata, e generalmente conosciuta e riconosciuta che ha finito con l’essere considerata un simbolo anarchico tradizionale, con il dare l’impressione di esserci “da sempre”. Così ad esempio, la rivista americana “Fifth Estate” (1997) crede di vedere una A cerchiata sull’elmetto di un miliziano anarchico della rivoluzione spagnola. Addirittura qualcuno la vuol fare risalire a Proudhon . In realtà essa è poco più di una parvenu e dell’iconografia libertaria: la A cerchiata nasce nel 1964 a Parigi e nel1966 a Milano. Due date e due luoghi di nascita? Sì, e vedremo come. È nell’aprile del 1964, infatti, che sul bollettino interno delle Jeunesses Libertaires (cioè dei giovani anarchici francesi: quattro gatti allora, i giovani anarchici in Francia come in Italia come dappertutto) compare la proposta di un segno grafico per l’insieme del movimento anarchico, al di là delle differenti ten-denze e dei diversi gruppi e federazioni. Perché questa proposta? “Due motivazioni principali ci hanno spinto: innanzi tutto facilitare e rendere più efficaci le scritture e i manifesti murali, e poi di assicurare una presenza più ampia del movimento anarchico agli occhi della gente e un carattere comune a tutte le espressioni dell’anarchismo nelle sue pubbliche manifestazioni. Più precisamente, si trattava, secondo noi, di trovare un mezzo pratico che consentisse da un lato di ridurre al minimo il tempo impiegato per firmare i nostri slogan sui muri e dall’altro di scegliere un segno sufficientemente generale da poter essere adottato da tutti gli anarchici. La sigla da noi proposta ci sembra rispondere a questi criteri. Associandola costantemente alle espressioni verbali anarchiche finirà, per un noto automatismo mentale, con l’evocare da sola nella gente l’idea dell’anarchismo”. Il segno grafico proposto è proprio una A maiuscola inscritta in un cerchio Perché? Forse per derivazione dal già diffuso simbolo antimilitarista, in cui la “zampa di gallina” viene sostituita con la lettera iniziale della parola anarchia in tutte le lingue europee. Forse per altre suggestioni. Ad esempio, il segretario della Alliance Ouvrière Anarchiste (una minuscola federazione anarchica di lingua francese), Raymond Beaulaton, mi ha scritto, nel 1984, che fin dal 1956-57, i primi membri dell’AOA usavano nella loro corrispondenza, dopo la firma, una sigla che era dappertutto una A inscritta in un cerchio a sua volta inscritto in un’altra A (per l’appunto AOA), diventata poi una doppia A inscritta in una O e poi semplificata in una A inscritta in una O. Di certo vi
è però che il primo uso “pubblico” della A cerchiata da parte di tale Alliance compare nel giugno 1968 sul loro bollettino ciclostilato “L’Anarchie”. Ma torniamo al 1964. La proposta delle JL non dà , lì per lì, alcun frutto. Nel dicembre dello stesso anno la A cerchiata ricompare nel titolo di un articolo a firma Tomás Ibañez, sul giornale “Action directe” , edito dallo stesso gruppo di giovani anarchici che, sul citato bollettino di otto mesi prima, avevano proposto quel segno identitario. Ma, di nuovo nessuna rispondenza nel movimento anarchico francese (né, tanto meno, internazionale). Bisogna aspettare fino all’inizio del 1966 perché il simbolo della A cerchiata, proposto dal bollettino delle JL, venga ripreso e utilizzato, in modo dapprima “sperimentale” poi regolare, dalla Gioventù Libertaria di Milano, un gruppo di giovani anarchici , che era in fraterni rapporti con i giovani parigini, con cui aveva costituito una effimera ma altisonante Fedération Internationale des Jeunesses Libertaires. È da allora che il segno comincia la sua vita pubblica. Dapprima, per l’appunto, a Milano, dove diventa firma usuale sui volantini e manifesti dei giovani anarchici, e in Italia, per tornare poi in Francia e diffondersi piuttosto rapidamente nel resto del mondo. Marianne Enckell, [responsabile del CIRA di Lausanne] dice di non aver prova di un uso della A cerchiata nel maggio parigino e di aver trovato scarse tracce della sua presenza fuori dall’Italia fino al 1972-73. È, comunque, a mia memoria, dall’inizio degli anni Settanta che la A cerchiata “esplode” con una spontanea appropriazione mimetica da parte dei giovani anarchici, un po’ in tutto il mondo: un successo strepitoso che ha fatto dire a qualcuno che, se il suo inventore avesse brevettato la A cerchiata, sarebbe oggi miliardario! Le cause della rapida e intensa fortuna? Più o meno le motivazioni espresse dalle JJLL Cioè, da un lato, la grande semplicità e immediatezza che fanno della A cerchiata uno dei segni grafici più immediati come la croce, la falce-martello, la svastica… Dall’altro lato un movimento “nuovo”, giovane, in rapido sviluppo, che cercava un segno unificante. Così, in assenza a livello internazionale di un simbolo grafico degli anarchici e in presenza talora, a livello nazionale o locale di una simbologia tradizionale inadeguata, in Italia, ad esempio, era molto utilizzata la fiaccola s’è di fatto imposta la A cerchiata, senza che nessun gruppo o federazione mai si sognasse di decretarne l’applicazione. Questa è la veridica storia della A cerchiata, che è fatta insieme di volontà consapevole e di spontaneità. Un cocktail tipicamente libertario.
 


giovedì 24 febbraio 2022

SANTE CASERIO – parte seconda

A dieci anni il  ragazzo aveva  abbandonato la famiglia ed era venuto  a Milano a lavorare. Aveva fatto il garzone al Forno delle  tre  Marie,  lasciando  un ricordo di laboriosità e di mitezza. Semianalfabeta ma sveglio  di mente, s'imbatté nel mondo degli anarchici.  Diventò  egli stesso anarchico  appropriandosi rapidamente di tutti gli elementi essenziali della dottrina. Frequentò l'avvocato Pietro Gori direttore a Milano del giornale L'Amico del popolo, i cui numeri erano spesso colpiti da sequestro. Gori ricorderà così il giovane compagno di Motta Visconti: Una mattina d'inverno lo  trovai presso la  Camera del  Lavoro di  Milano,  che distribuiva opuscoli di propaganda e panetti freschi agli operai disoccupati. E  gli opuscoli  ed i panetti li acquistava coi suoi  risparmi... Non ricordo d'averlo mai  veduto neppure semi-ubriaco,  cosa frequente nella classe dei prestinai, fumava   pochissimo. Di fronte  ai vizi giovanili si  manteneva puritano. Una sera apostrofò degli amici  che uscivano da una casa di tolleranza: «Come potete abusare di coteste disgraziate, comprandone la carne e gli abbracci?» E siccome un opportunista di quella comitiva disse: «Intanto con la nostra lira abbiamo sollevato un po' la loro miseria!» Caserio salì sopra, dette una lira a una di quelle donne, che lo guardava trasognata, e se ne ritornò senza far parola. Un giorno gli domandai: «E tu che sei un bel giovanotto, perché non fai all'amore?» - «Prima si, mi rispose, ma dacché ho sposato l'idea, non bazzico  più donne, finché non mi farò una compagna, a modo mio». Aveva preso un  appartamento, in cui accoglieva la notte a dormire tutti i compagni senza tetto ospitale che si trovassero a Milano...  Un vero bivacco... Ed egli si recava a lavorare tutta la notte. La testimonianza di Gori è illuminante ed è confermata da un'altra di fonte insospettabile: quella di Filippo Turati. Turati che all'indomani dell'attentato scrive su Critica sociale un coraggioso articolo - nel quale fra l'altro, dissociandosi dal generale e convenzionale cordoglio, giudica severamente il Carnot come «l'uomo che congiunse il proprio nome alla repubblica borghese, panamista e militarista per eccellenza, all'alleanza della Francia col Papa e con lo Zar, agli eccidi di Fourmies,  alle repressioni di Pas de Calais ecc.» - così parla del giovane attentatore: Noi conoscemmo a Milano il Caserio quando veniva, con altri anarchici, a combatterci nelle nostre riunioni. Ma  egli non aveva nulla della spavalderia insolente che caratterizza taluni suoi  compagni. Al contrario, mite, pensoso, taciturno, notoriamente affettuoso e laboriosissimo, rivelava una natura profondamente compresa del sentimento del dovere e del sacrificio. La notizia ch'egli fosse stato, nell'adolescenza, profondamente religioso collima con le nostre impressioni: egli non era più religioso, ma era rimasto un devoto. La devozione di Caserio al proprio partito è il tratto dominante della sua personalità. Costante è in lui la preoccupazione di fare il proprio dovere, di essere coerente con le proprie idee. Se da ragazzo ha trovato nelle leggende cristiane e nei riti della Chiesa il primo pane al suo bisogno di fede, di ascensione spirituale e forse anche di poesia, ora trova nel movimento anarchico il gruppo sostitutivo della famiglia che gli è mancata e nei compagni le persone sulle quali riversare la sua capacita affettiva. Le cronache lo descrivono fisicamente come un ragazzo di normale statura, piuttosto slanciato, biondo, occhi azzurri, una faccia che ispira simpatia: «il labbro superiore ombreggiato da una bionda  peluria d'adolescente, l'occhio furbo, la bocca rosea e fresca». Frequenta prima il gruppo anarchico di Porta Romana e poi fonda egli stesso un gruppo a Porta Genova, provvisto di un bugigattolo come sede e perfino di  una bandiera rosso-nera su cui è scritto «Gruppo comunista-anarchico "a  pee"» che significa «in bolletta». Il 26 aprile 1892 subisce il primo  arresto per aver distribuito l'opuscolo Giorgio e Silvio, un dialogo antimilitarista, ai soldati, presso la caserma di Santa  Prassede. E condannato ma se la cava con poco. Ha diciannove anni e deve rispondere alla chiamata alle armi. Per sfuggire alla leva, espatria in Svizzera e viene condannato come disertore. Si trattiene alcune settimane a Lugano dove ha trovato lavoro (agosto  1893). Partecipa anche ad uno sciopero. Poi si trasferisce a Losanna, quindi a Ginevra, infine a Lione. La città ha una forte tradizione anarchica e Caserio vi incontra nuovi compagni. Mantiene però sempre i contatti con i gruppi d'Italia e riceve la stampa anarchica.  Da Lione passa a  Vienne e da Vienne a Cette  (oggi Sète), una popolosa cittadina marittima a sud di Montpellier, dove numerosi sono  gli operai italiani. 



Ricercare sempre una nuova definizione di libertà

Quotidianamente il potere viene percepito come un’entità esterna al corpo sociale. Esso viene percepito come qualcosa da conquistare per coloro che lo bramano, convinti che grazie a esso potranno affrancarsi dal dovere di obbedire a qualcuno e poter finalmente comandare. Per quelli che non amano essere comandati, ma nemmeno comandare, il potere è invece il leviatano da sconfiggere, il palazzo da abbattere. Il mondo si divide così, semplicisticamente, fra chi lotta per il potere e chi lotta contro il potere. Nel mezzo rimane chi passivamente il potere lo subisce, così come subisce le lotte che lo circondano. Questa è però una visione fittizia, è il prodotto di una cultura particolare, di una cultura creata e strutturata da e per il dominio, è il prodotto della nostra cultura. Se appena usciamo dalle classificazioni e dagli schemi che caratterizzano e danno un senso al conflitto, così come lo percepiamo oggi, ci rendiamo conto che il potere, lungi da essere un’entità malvagia e repressiva che opprime la società, rappresenta una proprietà, una capacità intrinseca a ogni essere umano e scorre all’interno del corpo sociale, non al di fuori di esso. Il potere è la capacità che ogni essere umano ha di contribuire al complicato processo di strutturazione dei soggetti e delle strutture sociali, attraverso l’instaurazione continua e mutevole di rapporti con gli altri individui. In questo senso il potere non è più, evidentemente, solo repressivo. A seconda dei rapporti che instauriamo con gli altri individui, e di conseguenza a seconda delle definizioni dei ruoli sociali, il nostro potere potrà essere creativo e funzionale a pratiche di liberazione. Nel momento in cui, però, la brama di veder realizzato a tutti i costi il nostro modello dei rapporti e dei ruoli sociali prende il sopravvento, cerchiamo di escludere gli altri da questo processo di definizione dell’esistente. Quando questa esclusione ha successo, il potere verrà esercitato solo da alcuni individui, i quali si arrogheranno il diritto e la capacità di definire ruoli e rapporti sociali di tutti. In questo modo si concretizza il dominio dell’uomo sull’uomo, così come dell’uomo sugli altri animali e sulla natura. Questo è il motivo per cui è andata persa la consapevolezza di un potere creativo e la percezione quotidiana è quella di un potere minaccioso e repressivo. Il problema vero è che una definizione particolare dei ruoli sociali tenderà a fornire una visione particolare del reale, funzionale a mantenere stabili tali ruoli. In altre parole, la nostra società ha culturalmente consolidato il concetto per cui il fondamento del legame sociale è l’obbligo politico, ossia il dovere di obbedienza. Questa discriminante fondante ha prodotto uno spazio dell’immaginario caratterizzato da regole proprie e incompatibile per definizione con altri immaginari, altre rappresentazioni culturali che non postulino il dovere di obbedienza come matrice dei rapporti sociali. Uno degli effetti più immediati di questo spazio dell’immaginario sulle nostre “teste” è, per esempio, l’ipotesi repressiva del potere da cui siamo partiti. Ma molto dei significati che assegniamo alle cose, alle parole, ai rapporti che costruiamo, è il prodotto di tale rappresentazione del reale che come un’ameba cerca di occupare tutto lo spazio dell’esistente significante. All’interno di questo panorama desolante le pratiche di autogestione si propongono di scardinare, attraverso pratiche indipendenti e la conseguente produzione di un pensiero autonomo, lo spazio dell’immaginario del dominio e riconsegnare il potere di contribuire alla classificazione formale dei ruoli sociali a ciascun individuo. Si propone di far riscoprire agli individui il vero obbligo sociale contrapposto a quello politico. Si propone ossia di ricordare l’obbligo che il genere umano ha, in quanto animale sociale, di darsi delle norme di relazione interindividuali. Paradossalmente, da questo obbligo nasce però la specifica libertà dell’uomo. La libertà di poter scegliere le norme che regolano le relazioni sociali, di poter definire la classificazione dei ruoli che meglio soddisfa le esigenze dei singoli individui in una situazione data. Ma anche, e soprattutto, la libertà di poter mettere in discussione e cambiare tali norme e tali classificazioni. Importante è infatti ricordare sempre che ogni sistema di classificazioni produrrà uno spazio dell’immaginario sovrastante che una volta sviluppatosi renderà possibile la significazione dell’esistente con le enormi conseguenze che questo comporta. Sarà fondamentale quindi evidenziare in ogni momento questo collegamento per poter individuare, di volta in volta, il modo in cui i rapporti che intratteniamo e i ruoli che definiamo influenzino la determinazione dei soggetti e delle strutture sociali che costituiscono la facciata visibile e percepibile del reale. Una società sarà allora uguale quando tutti eserciteranno il loro potere e libera quando si rinuncerà a dare una definizione valida sempre alla libertà. La libertà dell’uomo consiste proprio nel poter ricercare sempre una nuova definizione di libertà. Qualsiasi tentativo di definizione universale si risolverebbe necessariamente in una forma di espropriazione, prevaricazione e oppressione.


Il tempo è denaro

Nell’esatto momento in cui la rivoluzione industriale ha richiesto una maggiore sincronizzazione del lavoro, nasce l’esigenza dell’orologio. Il piccolo congegno che regola i nuovi ritmi della vita industriale rappresenta allo stesso tempo uno dei bisogni più urgenti tra quelli indotti dal capitalismo per stimolare il proprio progresso. Così scopriamo, il senso del tempo nel suo condizionamento tecnologico e con il calcolo del tempo, il mezzo di sfruttamento del lavoro. Con la divisione del lavoro, la sorveglianza della manodopera, le multe , le campane e gli orologi, gli incentivi in denaro, le prediche e l’istruzione, la soppressione delle feste e degli svaghi, vengono plasmate le nuove abitudini di lavoro e viene imposta la nuova disciplina del tempo. E allorché viene imposta la nuova “disciplina del tempo”, gli operai iniziano a combattere non contro il tempo, ma intorno ad esso. La prima generazione di operai di fabbrica viene istruita dai padroni sul valore del tempo; la seconda generazione forma le commissioni per la riduzione d’orario nell’ambito del movimento delle dieci ore; la terza generazione sciopera per lo straordinario come tempo retribuito in modo maggiorato del 50 per cento. Gli operai hanno accettato le categorie dei propri padroni e hanno imparato a lottare all’interno di esse. Hanno appreso la lezione: “il tempo è denaro”.


giovedì 17 febbraio 2022

SANTE CASERIO – parte prima

Anche la Francia ebbe il suo novantaquattro. L'anarchismo francese, pur privo, a differenza di quello italiano e di quello spagnolo, della potente molla antimonarchica, si esaltò in terrorismo: contro l'ordine costituito, la società borghese, le istituzioni. Il 9 dicembre 1893  Auguste Vaillant lancia una marmitta  esplosiva, caricata a chiodi, nell'aula della Camera dei Deputati. Molti feriti ma nessun morto. L'autore dell'attentato, personalità di rivoltoso consapevole, sebbene  non omicida, viene condannato a morte il 10 gennaio e ghigliottinato il 5 febbraio. Il Presidente Carnot ha respinto la grazia, malgrado la petizione a favore del condannato da parte di una sessantina di deputati e una supplica della figlia. Vaillant sale il palco con un evviva all'anarchia e un annuncio: «la mia morte sarà vendicata». Sette giorni dopo un altro anarchico, Emile  Henry, getta un micidiale ordigno esplosivo, da lui stesso confezionato, al Caffè Terminus, alla Gare St. Lazare. Un morto e un gran numero di feriti. Il 21 maggio  anche Henry sale il patibolo. Fra i due episodi si inseriscono alcune esplosioni, non tutte di matrice anarchica, che atterriscono la capitale. Alla Camera si propongono leggi eccezionali contro gli anarchici, come è già avvenuto in altri paesi d'Europa. Ma la spirale degli attentati non si interrompe, anzi sta per toccare il vertice della piramide politica. Il 24 giugno 1894,  un mese dopo la morte di Henry, il Presidente della Repubblica Sadi Carnot cade a Lione sotto i colpi di un giovane anarchico italiano di nome Sante Caserio. L'emozione è enorme in Francia, in Italia e in tutta Europa. Sebbene Umberto I e Crispi si affrettino ad inviare telegrammi di esecrazione e di cordoglio, la folla assalta  e devasta a Lione e in altre  città negozi italiani e a Parigi si chiede addirittura la guerra all'Italia. Una nave di emigrati italiani diretta in America deve evitare i porti francesi, mentre comitive di fuggiaschi terrorizzati dalle rappresaglie cominciano ad   affluire a Torino. Eppure l'attentato di Caserio non ha la minima motivazione nazionalistica;  anzi, nella coscienza del suo esecutore, esso si pone come un atto di solidarietà di  un anarchico italiano verso i suoi compagni francesi colpiti nelle persone di Vaillant e di Henry. L'attentato di Caserio, per  le ripercussioni che ebbe, anche in Italia, per il significato che assunse, per il  mondo dell'anarchismo militante  che svelò nei suoi risvolti psicologici e di costume, merita di essere minutamente ricostruito. Sante Caserio era un giovane lombardo, nato l'8 dicembre 1873 nel paese di  Motta Visconti, in provincia di Milano, sulla riva sinistra del Ticino. A Motta Visconti aveva insegnato sul finire degli anni ottanta la  poetessa Ada Negri, alla sua prima esperienza di maestra elementare, ma Caserio, per puro caso, non era stato fra i suoi alunni. La famiglia era molto povera: il padre, che presto mancò, barcaiolo   d'estate e boscaiolo d'inverno. A dieci anni il ragazzo aveva abbandonato la famiglia  ed era venuto a Milano a lavorare. Aveva fatto il garzone al Forno delle  tre Marie, lasciando un ricordo di laboriosità e di mitezza. Semianalfabeta ma sveglio di mente, s'imbatté nel mondo degli anarchici. Diventò egli stesso anarchico appropriandosi rapidamente di tutti gli elementi essenziali della dottrina. Frequentò l'avvocato Pietro Gori direttore a Milano del giornale L'Amico del popolo, i cui numeri erano spesso colpiti da sequestro. Gori ricorderà così il giovane compagno di Motta Visconti: Una mattina d'inverno lo trovai presso la Camera del Lavoro di Milano, che distribuiva opuscoli di propaganda e panetti freschi agli operai disoccupati. E gli opuscoli ed i panetti li acquistava coi suoi risparmi... Non ricordo d'averlo mai veduto neppure semi-ubriaco, cosa frequente nella classe dei prestinai, fumava pochissimo.  Di fronte ai vizi giovanili si manteneva puritano. Una sera apostrofò degli amici che uscivano da una casa di tolleranza: «Come potete abusare di coteste disgraziate, comprandone la carne e gli abbracci?» E siccome un opportunista di quella comitiva disse: «Intanto con la nostra lira abbiamo sollevato un  po' la loro miseria!» Caserio salì sopra, dette una lira a una di quelle donne, che lo guardava trasognata, e se ne ritornò senza far parola. Un giorno gli domandai: «E tu che sei un bel giovanotto, perché non fai all'amore?» - « Prima  sì, mi rispose, ma dacché ho sposato l'idea, non bazzico più donne, finché non mi farò una compagna, a modo mio». Aveva preso un appartamento, in cui accoglieva la notte a dormire tutti i compagni senza tetto ospitale che si trovassero a Milano... Un vero bivacco... Ed egli si recava a  lavorare tutta la notte. 



SPACE MONKEY – Patricia Lee Smith

Sangue  alla tv/le  notizie delle 10 

le anime sono  invase/cuore in un pozzo 

battere e battere/così fuori dal tempo 

cos'è il pazzo affare con lo scampanio  della chiesa 

arriva uno straniero su dalla nona avenue 

pendenti torri verdi/vista  indiscreta 

sopra la nuvola sopra il ponte 

muscolo sensibile/ ponte sensibile 


pierre clementi sbuffante cocaina 

le strade sessuali sono tutte così insane 

gli umani stanno correndo/stanza di lavanda 

liquido svolazzante/si muove sulla luna 


lo straniero gli si avvicina 

gli porge una vecchia  polverosa polaroid 

comincia a sbriciolarglisi tra le mani 

piange ah uomo non ho fatto la foto 

questa non è foto questa non è foto 

questo è giusto/questo è giusto il mio coltello a serramanico 


scavo grossolano/posto di atterraggio 

ragazzo esitante/temperino

si squarcia la gamba 

è così fuori del tempo 

sangue e luce scorrono 

è  tutto come un sogno 

luce della mia vita/è vestito di fiamme 

è tutto predestinato/è tutto come un gioco 

per la scimmia dello spazio/così fuori dal tempo tempo 

per la scimmia dello spazio/così fuori della linea linea 

scimmia dello spazio/in uno stato di grazia 

ed è tutto solo spazio/solo spazio 


lì sta/su di un albero 

oh lo sento chiamarmi giù 

quella banana oggetto sagomato non è banana 

è un lucente u.f.o. giallo 

e sta venendo a prendermi/e qui io vado 

up up up up up up up 

oh addio mamma/non laverò più i piatti 

qui me ne vado dal mio corpo 

ha ha ha ha ha ha 

aiuto!