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lunedì 12 dicembre 2022

Gli anarchici non dimenticano - 12 dicembre 1969

Dodici dicembre 1969, mancano tredici giorni a Natale. È quasi sera ma Milano è illuminata a giorno. I grandi magazzini sono sfavillanti. Le compere e gli acquisti. Le luminarie addobbano il centro. Migliaia di persone stipate in pochi metri tra corso Vittorio Emanuele, piazza Duomo e piazza San Babila vanno su e giù, osservano le vetrine. Ci sono gli zampognari e i venditori di caldarroste. Ai bar del Barba e Haiti servono espressi in continuazione, cinquanta lire a tazza. La gente transita nei pressi del Teatro alla Scala. Quella sera rappresentano “Il barbiere di Siviglia”. C’è ressa davanti al Rivoli per “Un uomo da marciapiede” e all’Excelsior per “Nell’anno del Signore”. Il freddo entra nelle ossa. Tutti noi italiani ci sentiamo felici, immortali, allegri, innocenti. A un tratto un forte e dirompente boato rompe quella strana ubriacatura invernale. Giunge dalla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana. Diciassette morti, ottantotto feriti. Un’altra bomba viene collocata nella sede della Banca Commerciale di Milano. Possiede le stesse caratteristiche della prima ma non scoppia. Altri ordigni vengono piazzati nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro a Roma. Tredici feriti. Bombe di elevata potenza colpiscono l’Altare della Patria e l’ingresso del Museo del Risorgimento a Roma. Quattro feriti. Gli inquirenti indirizzano le indagini verso gli anarchici. Ottanta fermati e arrestati.




giovedì 8 dicembre 2022

Il marketing, la mutazione del capitalismo

È una trasformazione già ben conosciuta che si può così riassumere: il capitalismo del XIX secolo è a concentrazione, per la produzione e di proprietà. Ha dunque eretto la fabbrica come luogo di reclusione, essendo il capitalista proprietario dei mezzi di produzione, ma anche, eventualmente, di altri ambienti concepiti per analogia (la casa familiare dell'operaio, la scuola). Quanto al mercato, esso veniva conquistato tanto per specializzazione quanto per colonizzazione, quanto per abbassamento dei costi di produzione. Ma, nella situazione attuale, il capitalismo non è più per la produzione, che viene spesso relegata alle periferie del terzo mondo, anche sotto le forme complesse del settore tessile, metallurgico e petrolchimico. È un capitalismo di superproduzione. Non acquista più materie prime rivendendo prodotti finiti: acquista invece prodotti finiti o assembla pezzi staccati. Ciò che vuol vendere sono dei servizi, ciò che vuole acquistare sono azioni. Non è più un capitalismo per la produzione, ma per il prodotto, cioè per la vendita e per il mercato. Esso è anche essenzialmente diffuso e la fabbrica ha ceduto il posto all'impresa. La famiglia, la scuola, l'esercito, la fabbrica non sono più ambienti analogici distinti che convergono verso un proprietario, Stato o potere privato, ma le figure cifrate, deformabili e trasformabili, di una stessa impresa che non ha nient'altro che gestori. Anche l'arte ha lasciato gli ambienti chiusi per entrare nei circuiti aperti delle banche. Le conquiste di mercato si fanno per presa di controllo e non più per formazione di disciplina, per fissazione dei corsi piuttosto che per abbassamento dei costi, per trasformazione del prodotto più che per specializzazione della produzione. La corruzione guadagna qui una nuova potenza. Il servizio vendite è diventato il centro e l'"anima" dell'impresa. Apprendiamo che le imprese hanno un'anima ed è la più terrificante notizia del mondo. Il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri maestri. Il controllo è a breve termine e a rotazione rapida, ma anche continuo ed illimitato, come la disciplina era di lunga durata, infinita e discontinua. l'uomo non è più l'uomo recluso, ma l'uomo indebitato. È vero che il capitalismo ha mantenuto come sua costante l'estrema miseria di tre quarti dell'umanità, troppo povera per il debito, troppo numerosa per la reclusione: il controllo ora non dovrà solamente affrontare la sparizione delle frontiere ma le esplosioni delle bidonville e dei ghetti.


NAKED DEATH - Catapilla

Con mani gustose, silenziose e nude,

i giorni dirompenti portano avanti i loro affari

il volto grigio della routine si ruppe sugli stolti

ci sdraiamo legati da tutte queste regole

La fabbrica che si dissolve sembra persa, giustamente significando, tutto

il loro costo,

ci lascia dalla ricerca/investimento

e alimenta tutti per regolare i loro bocconi.

Restare impotenti,

sistemarsi,

significa solo che la morte

arriva svelta

E lui sentì che vive ancora per

Attraversare il canale riempito di rottami

un ribelle disperato getta pesce avvelenato

che non mangerà e può desiderare.

Oltre le pattumiere riempite di fumetti stracciati,

bidoni dell'immondizia e cassettoni arrugginiti,

il flusso della vita chiama, ci dividiamo,

il tempo e le paure che neghiamo

Restare impotenti,

sistemarsi,

significa solo che la morte

arriva svelta

 

PIETRO GORI - O nobili malfattori!

Ma codeste analisi, codeste constatazioni possono farsi... in pectore; guai a denunziarle!.... La verità (soprattutto quando è verità acre e nuda) va detta sottovoce. Molto meglio però non parlarne affatto. Così non si hanno seccature. In caso diverso un Sironi qualunque, nonché commendatore, vi fa ammanettare in 35 (per lo meno), fa delle composizioni romantiche, che trasmette all'autorità giudiziaria, parla con grandi arie di mistero delle informazioni avute da confidenti... rispettabili; - e dopo avere associati per parecchi mesi cotesti uomini nella comune sventura del carcere preventivo, trova una Camera di Consiglio che li associa a rispondere in solidum dell'art.248 del Codice Penale; finché il Pubblico Ministero, per finire di avvincerli l'uno all'altro sulla medesima croce, gli associa ancora nel godimento collettivo di un mezzo secolo di pene, fra reclusione e sorveglianza. E molti di costoro, come fu provato, neppure si conoscevano; nemmeno una volta eransi incontrati sulla via del lavoro e della miseria che pure ebbero comuni. Dovevano incontrarsi ed associarsi sul banco della sventura. Perché oggi, meno che mai, quel banco è del disonore. Certo una catena invisibile e ideale allacciava, anche senza che si conoscessero, i loro animi sognanti un'era luminosa di pace e di giustizia - e si svegliarono dal bel sogno con le manette ai polsi, e stipati come belve pericolose tra le sbarre di una gabbia. O nobili malfattori, io vi rinnovo il saluto, e invidio a voi l'onore di bandire da codesta alta e solenne tribuna le idee che avvincono me, libero, a voi incatenati. E rinnovo l'invito alla pubblica accusa: Se coteste idee sono un delitto, imprigionate me pure ed associatemi ad essi. Fra quei malfattori, sì, che sarei fiero ed orgoglioso di trovarmi - non tra quegli altri, che a Roma in questi giorni medesimi, vengono condotti in coupé e senza manette alla Corte d'Assise perché ebbero la fortuna di pigliarsi dei milioni.... Ma dimenticavo, perdonate, che quei crocesignati della capitale, sebbene teneri della proprietà in teoria, si dilettavano ad abolire praticamente la proprietà degli altri... per utile proprio - e che voi, o amici imputati, benché diroccatori teorici della proprietà, come privilegio di classe, e rivendicatori della intera ricchezza alla società intera, non avete mai steso la mano rapace sul superfluo degli altri (anche sapendo che tutto questo superfluo era frutto dei vostri sudori e delle privazioni vostre), e vi serbaste puri per aver diritto di gridare in faccia agli altri: Voi siete ladri! Eppure la miseria vi ha tormentato più volte, il bisogno più volte vi ha stimolato - ma voi avete resistito; voi, mentre gli altri rubavano per l'orgia, non avete tolto agli altri un soldo nemmeno per il nutrimento vostro, né per quello dei vostri figli, che vi chiedevano pane; - voi rimaneste rigidi, poveri, onesti, fino allo scrupolo, fino al ridicolo; e il rappresentante della legge domanda la vostra condanna come malfattori. Gli altri, i prevaricatori, i divoratori di milioni riavranno forse la libertà... di rubarne degli altri. (segue)


giovedì 1 dicembre 2022

PIETRO GORI - Lotte e coscienza di classe

Ma l'attuale sostenitore della legge codesta opera di critica e di ricostruzione ideale della società vuole che rimanga privilegio e monopolio dei filosofi... come egli dice. E gli dà ai nervi, che codesti operai, codesti facchini, che sono più interessati nell'alta questione, ch'è infine il problema eterno della vita sociale (e che è problema essenzialmente operaio) si preoccupino e si occupino con amore di codeste idee, di codesti dibattiti, di codeste aspirazioni. L'operaio del Pubblico Ministero dovrebbe essere il pacifico ruminante, senza scatti e senza pensieri, che si lascia tranquillamente, e senza una protesta, tosare da chi ebbe la furberia di munirsi d'un persuasivo bastone e d'un paio di forbici. Ma codesti lavoratori, che sono in rude e perpetua lotta con la fatica e con la miseria quotidiana (l'una e l'altra retaggio doloroso del popolo) levano il capo, e protestano contro la mala signoria che spreme dai loro muscoli le forze migliori senza contraccambiare con adeguato compenso; - essi sospirano giorni migliori per la loro classe calpestata; vagheggiano un avvenire di libertà e di benessere per tutti; proclamano che gli operai - questi misconosciuti creatori del benessere e della civiltà - hanno diritto di assidersi al grande banchetto sociale, a cui i loro sforzi accomunati recano tanto tesoro di vasellami e tanta squisitezza di vivande; dimostrano che tutto quanto esiste di bello e di utile sulla terra è prodotto delle fatiche loro; affermano che l'unico vincolo che avvince la sterminata falange dei nuovi catecumeni è il lavoro, che oggi diventa per essi una pena ed uno stigmate d'inferiorità sociale, come domani sarà per tutti l'unico blasone di nobiltà; e mentre mugghia all'intorno la marea delle passioni egoistiche e vili, essi spiegano coraggiosamente una bandiera, e serenamente affrontano le persecuzioni più microcefale e gli schemi più amari. Eppure su quella bandiera sta scritta una parola di speranza e di amore per tutti i diseredati, per tutti gli oppressi, per tutti gli affamati della terra, - vale a dire per le moltitudini infinite e benemerite, sulle quali si erige sghignazzando una piccola geldra di soddisfatti. Ah! dunque costoro non avranno diritto di pensare, perché non sono filosofi? Non avranno diritto di bandire a voce ed a fronte alta i loro pensieri? Sarà loro proibito di professare pubblicamente una fede in un avvenire più equo e più umano?.... Quasi che il tragico e vergognoso presente fosse l'ultima tappa dell'umanità nel suo pellegrinaggio incessante alla conquista degli ideali!.... Sì, è questo il loro delitto; - una atroce delitto di grande amore per gli uomini, liberamente professato in una società, in cui l'antagonismo degli interessi determina l'odio fra gli individui, fra le classi, fra le nazioni; un odio immenso che fa sanguinare i cuori gentili, un'ingiustizia senza confini che permette al parassita di schiattare d'indigestione accanto al produttore che muore di fame. Ed è tutta qui la sintesi del problema. L'analisi la fa quotidianamente il contadino, il quale si domanda perché mai, egli che si logora da mane a sera sui campi, flagellato dai gelidi venti invernali, arso dai raggi del solleone, rimane sempre povero ed economicamente soggetto ad un padrone, che niuna goccia di sudore versò su quei campi, che niuno sforzo dedicò a quegli spregiati lavori donde l'umanità ritrae il suo pane quotidiano. L'analisi la prosegue l'operaio dell'industria, il quale vede uscire dal suo lavoro, associato a quello dei suoi compagni, torrenti di ricchezza, che, invece di diffondere il benessere nelle famiglie dei veri produttori, che sono gli operai, vanno ad ingrassare la piovra del capitale, che senza la virtù fecondatrice del lavoro, resterebbe cosa perfettamente inutile al mondo. L'analisi la completano tutti gli operosi, - dal lavoratore del mare, che sfida i rischi di mille tempeste per recare i ninnoli giapponesi e le gemme preziose alle languide dame, preoccupate tutto il giorno del modo con cui più facilmente smaltire in acconciature e festini le rendite... del lavoro altrui - al lavorante della scuola, lo squallido maestro elementare, a cui la patria educatrice non dà che la millesima parte di ciò che largisce ai gallonati indagatori dei modi più spicci per sterminare il proprio simile in guerra aperta e leale, e all'occasione persuadere col piombo la plebaglia, che non è il caso di alzare troppo la voce quando si ha fame. (segue)


Michail Alexandrovic Bakunin di Hans Magnus Enzensberger

Desidero una cosa sola, gridava: mantenere intatto sino alla fine

quel sentimento d’indignazione che mi è sacro! –

Imbonitore, testone, cosacco maledetto! – È l’amore

del fantastico, un difetto capitale della mia natura.– Maometto

senza Corano! – La quiete mi conduce alla disperazione. – Un saltimbanco,

un pontefice, un enigma. – Il suo cuore e la sua testa sono di fuoco.

Sì, Bakunin, deve essere stato proprio così. Un continuo nomadismo,

folle e svagato. Insopportabile, irragionevole, impossibile

fosti! Per quanto mi riguarda, Bakunin, ritorna o resta dove sei.

Una figura lunga in frac blu sulle barricate di Dresda,

con un volto su cui prendeva forma la rabbia più rozza. Fuoco

sull’Opera! E quando tutto fu perso, egli pretese, con la pistola

in mano, che il governo provvisorio della rivoluzione

accettasse di farsi saltare in aria (insieme a lui). (Notevole sangue freddo.)

A grande maggioranza i signori rifiutarono la proposta.

Ti ricordi, Bakunin? Sempre la stessa storia. Certo che hai dato fastidio.

Non c’è da stupirsi. E ancora oggi dai fastidio. Capisci? Dai fastidio

punto e basta. E perciò ti prego, Bakunin: ritorna.

Interrogato, in catene nelle casematte di Olmütz,

condannato a morte, trasportato in Russia, graziato al carcere a vita:

un individuo altamente pericoloso! Nella sua cella un benefattore

fa portare un pianoforte Lichtentahl. Gli cadono i denti.

Per la sua opera Prometheus inventa una dolce e dolente melodia

al cui ritmo dondolava infantilmente il capo leonino.

Ah, Bakunin, questo sei proprio tu. (Dondolava il capo leonino:

anche vent’anni dopo, a Locarno). E proprio perché sei così,

e perché non puoi comunque aiutarci in nessun modo, Bakunin, resta dove sei.

Esiliato in Siberia, scappa lungo l’Amur ghiacciato e bluastro

oltre il Pacifico, su velieri, slitte, cavalli

treni espressi, in giro per l’America selvaggia, per sei mesi

senza sosta, infine, a Paddington, poco prima di Capodanno

salta su di un calesse, corre su per le scale, si butta

nelle braccia di Herzen ed esclama: dove posso trovare delle ostriche fresche?

Poiché, a dirla in breve, Bakunin, sei un incapace, non vai bene come

modello, né come redentore, burocrate, padre della Chiesa,

o sbirro di destra o di sinistra, Bakunin, ti prego: ritorna, ritorna!

Di nuovo in esilio. Non solo il rombo della sommossa, il rumore dei Club,

il tumulto nelle piazze; anche la concitazione della vigilia,

anche gli accordi, i segni in codice, le parole d’ordine lo rendevano felice.

Gran senzatetto, perseguitato da dicerie, leggende, calunnie!

Cuore magnetico, ingenuo e prodigo! Imprecava e tuonava,

incoraggiava e prendeva decisioni per giorni e notti intere.

Non è vero? E poiché la tua attività, il tuo ozio, il tuo appetito,

la tua continua sudorazione sono di proporzioni così poco umane –

come del resto tu stesso – perciò, Bakunin, ti consiglio: resta dove sei.

Il suo biografo, l’onnisciente, dice: era impotente. Ma Tatjana,

la sorellina proibita che suonava l’arpa nella bianca casa padronale,

lo faceva impazzire. E del resto i suoi tre figli non sono suoi.

Tuttavia a Ne?aev, il mitomane, l’assassino, il gesuita, il ricattatore

e martire della rivoluzione, egli scriveva: Mio tigrotto, mio Boy,

amore mio selvaggio! (Il dispotismo degli illuminati è il peggiore.)

Ah, non parliamo d’amore, Bakunin. Morire non volevi.

Non fosti un angelo della morte politico-economico. Eri confuso

come noi, e senza malizia. Ritorna, Bakunin, ritorna.

Infine la notte a Bologna. Era agosto. Stava alla finestra.

In ascolto. In città tutto era silenzio. Gli orologi del campanile battevano le ore.

L’insurrezione era fallita. Si fece mattino. Si nascose

in un carro da fieno. La barba rasata, negli abiti di un prete,

un cestino di uova in mano, con gli occhiali verdi, zoppicò

su un bastone fino alla stazione per morire in Svizzera, nel letto.

È passato ormai molto tempo. Allora era troppo presto, come sempre,

o troppo tardi. Niente ti ha confutato, niente hai dimostrato,

e perciò resta, resta dove sei o, per conto mio, ritorna pure.

Enormi masse di carne e di grasso, idropisia, dolori alla vescica.

Ride rumorosamente, fuma senza posa, ansima, tormentato dall’asma,

legge telegrammi cifrati e scrive con inchiostro simpatico:

sfruttare e governare: la stessa, identica cosa. È gonfio e senza denti.

Tutto si va coprendo di cenere di tabacco, cucchiaini, giornali. Davanti all’abitazione

saltellano le spie. Ovunque confusione e sporcizia. Il tempo passa.

L’odore di polizia pervade ancora l’Europa. Per questo, e perché mai e in nessun luogo,

Bakunin, c’è stato, c’è o ci sarà un monumento a Bakunin,

ti prego, Bakunin: ritorna, ritorna, ritorna.

(Hans Magnus Enzensberger Scrittore tedesco (n. Kaufbeuren, Allgäu, 1929). Autore anticonformista e versatile (romanziere, autore di testi teatrali, radiofonici ecc.), è stato tra gli animatori del Gruppo 47 ed è una delle figure più interessanti della letteratura tedesca del secondo dopoguerra. I suoi scritti, in particolare i saggi, sono permeati da un profondo pessimismo e denunciano causticamente le storture e le debolezze della società contemporanea).


Una rivoluzione anarchica

Lottiamo per esaurire una tensione; una tensione nutrita da quel bisogno che chiamiamo libertà. La contingenza, la nostra contingenza, ci ha portati a chiamare questa lotta anarchia. Già, per noi, l’anarchia non è la società futura, non è un fine nè un mezzo, essa è un metodo; uno fra i possibili ma l’unico possibile per come noi viviamo il presente. Nel momento in cui riuscissimo ad avvicinare i lembi della società, ad esaurire la tensione che sostiene la nostra lotta, potremmo considerarci vincitori. Un’insidia però ci aspetta nel momento della vittoria. Nell’illusione che senza anarchia non ci sia libertà, nell’illusione che la nostra anarchia sia l’Anarchia, potremmo cadere nell’errore di lottare per essa e non per la libertà. Ci accorgeremmo troppo tardi di essere diventati i nuovi padroni, i garanti dell’istituito.

L’anarchia non è cosa del futuro, ma del presente; non è fatta di rivendicazioni ma di vita.

Una vita che non attende il giorno della rivoluzione, o meglio che vede la rivoluzione come qualcosa in perenne movimento e aperta al cambiamento durante il suo percorso. Una concezione della rivoluzione come processo e non come evento. Vale a dire che la rivoluzione anarchica viene prevalentemente intesa in senso lato, cioè come radicale trasformazione sociale, e non in senso stretto, cioè come fenomeno insurrezionale. Il che non significa necessariamente che la transizione della società gerarchica alla società libertaria non possa o non debba implicare dei passaggi insurrezionali, ma che, anche per chi ritiene inevitabile il momento insurrezionale esso è per l’appunto, un momento, per quanto importante (soprattutto come rottura dell’immaginario sociale), di un mutamento complessivo culturale (nel senso antropologico del termine cultura) assai più ampio che avviene prima durante e dopo tale passaggio. I mezzi del mutamento sociale radicale devono essere coerenti con i suoi fini, perché il fine non giustifica i mezzi. A questo punto si apre una sfida: trovare la capacità di immettere il futuro nelle cose che si fanno nel presente. Immergere la realtà nel “sogno”. Sogni nuovi per un sogno antico: essere padroni della propria vita. Vale a dire togliere la rivoluzione dalla dimensione evento per immetterla nella dimensione quotidiana. I piccoli tanti gesti, comportamenti, fatti, le piccole tante realizzazioni che creano dimensione comunitaria. Tolta dalla sua visione eroica e taumaturgica la rivoluzione, diviene, allora, possibile.