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giovedì 29 ottobre 2026

F.S. Merlino, la difesa del regicida Gaetano Bresci II°

L’udienza inizia alle ore 9,10. Merlino presenta subito un’eccezione sul sorteggio dei giurati, ch’era stato fatto prima dell’assegnazione della causa, e dunque non era valido. La corte si ritira per deliberare e rientra in aula alle 10,05 respingendo l’eccezione e ordinando il sorteggio di 14 fra i 40 giurati eletti. Il sorteggio termina alle 10,25. È significativa la sequenza dei tempi. Merlino avanza una nuova eccezione. Dichiara di avere saputo della sua nomina a difensore poco più di 24 ore prima del processo, e di non avere dunque potuto né studiare la causa né avere opportuni colloqui coll’imputato, intesi al tentativo di comprendere “in seguito a quali impulsi o suggestioni egli si sia deciso a consumare il reato”. Inoltre, egli rileva che ha appreso ascoltando il PM in udienza che era in istruzione un altro processo per complotto, relativo al regicidio, e che essendo unico il fatto non poteva che essere unico il giudizio. A tanto fondate ragioni, il PM risponde in pieno dispregio del rito, semplicemente… che “è necessario che al delitto mostruoso succeda rapida l’espiazione”! Merlino controreplica che, a voler per davvero fare un giusto processo, è proprio la eccezionalità della causa ad esigere scrupolosamente che sia eliminato ogni dubbio su “incompletezze” della difesa e del rito. La Corte si ritira e rientra alle 11,25. Eccezione respinta, in adesione alla tesi del PM. Viene data lettura degli atti, ed alle 11,55 inizia l’interrogatorio dell’imputato. Alla domanda: “Da quanto tempo avevate pensato di compiere l’efferato delitto?”, risponde: “Fu dopo gli stati d’assedio di Sicilia e di Milano, illegalmente stabiliti con decreto reale, che io pensai di uccidere il re per vendicare le vittime pallide e sanguinanti”. Il Presidente osserva che il re non è responsabile dei decreti emessi dai suoi ministri, e il Bresci ribatte: “Ma li aveva firmati lui”. E soggiunge: “i fatti di Milano, in cui si adoperò il cannone, mi fecero piangere di rabbia e pensai alla vendetta”. L’interrogatorio si conclude alle 12,15. Si dà lettura delle perizie. L’udienza è poi sospesa alle 12,30. Si riprende dopo poco più di un’ora. Il reingresso di Bresci avviene alle 13,45. Merlino non si ripresenta. Ha pregato l’avvocato di ufficio di rappresentarlo per un’ora. È in un’aula a fianco a preparare mentalmente la sua arringa, sdraiato su di una panca di legno, stremato dall’incalzare degli avvenimenti. Di nessuna pregnanza processuale furono le deposizioni dei testimoni. Alle 15,15 prende la parola – presente il Merlino – il PM. La sua requisitoria ripete schemi risaputi: contrapposizione fra la figura nobilissima del sovrano, tutta patriottismo e bontà (era “il Re buono”), e la mostruosa efferatezza del regicida: da una parte la patria ferita e dall’altra la criminosa realtà dell’anarchismo. Bisognava affermare giustizia, negando le attenuanti e condannando il regicida al massimo della pena prevista dalla legge. L’ergastolo.


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