“Quando mia moglie è triste rimango a casa” ha detto un operaio della Mirafiori a chi lo intervistava. Non ha detto quando i sindacati, le mie guide, i miei maestri decidono la mia vita, io rimango a casa.
Ed è da qui che noi vogliamo partire, poiché sappiamo che noi come proletari vogliamo vivere, vogliamo sbarazzarci del vecchio mondo e non distruggere per ritrovarci a vivere in un mondo ipotizzato dietro le scrivanie dei burocrati. Noi non abbiamo paura delle rovine, perché erediteremo il mondo. Questo non vuol dire che domani alzandoci distruggeremo o bruceremo il mondo borghese, anche se prima o poi lo faremo, per ora vuol dire che fra noi e la nostra vita non accetteremo quegli intermediari burocrati che a colpi di olivetti e riunioni vogliono insegnarci la rivoluzione.
Vuol dire che da queste pagine non diremo più che per cambiare la vita, il proletario deve vivere in lager colorati di rosso, o che per essere alternativi bisogna andare in giro con le preghiere di Mao in una tasca e l’acido della Sandoz nell’altra. Queste coglionerie le ha già rifiutate la storia: quando in Ungheria per essere comunisti bisognava essere stalinisti, in Polonia gomulkisti, il proletariato non ha fatto politica; ha distrutto la sede del partito e le fabbriche-carcere, ha preso in mano la propria esistenza e come tale l’ha gettata nelle piazze e nelle barricate.
Quello che vogliamo adesso non l’ho vogliamo solo noi; la nostra azione, le nostre idee, la voglia di distruggere il mondo di merda che ci sta attorno è sempre esistita, è un sogno nella mente di tutti i proletari, tentare di ammaestrarla è da carogne, trasformare l’altrui miseria in salvacondotto per l’impegno politico è la caratteristica degli sciacalli che vogliono farne la didattica della loro frustrazione.
Basta istituzionalizzare la rabbia, basta con l’identificare la gente del movimento con le cazzate dei suoi gestori individuali piccolo borghesi che confondono, come i bottegai dello spirito, la storia del proletariato con le idee dei loro ideologhi, la storia di chi ha sfruttato ha lavorato per 40 anni in fabbrica, non è la storia della diatriba fra maoisti e leninisti, fra vecchi e nuovi sciovinisti, la realizzazione del nostro futuro sta in noi stessi e non nelle parole dei burocrati della miseria.
Il nostro obiettivo non è quello di creare una società della festa ma quello di fare la festa alla società perché la rivoluzione proletaria o sarà una festa o non sarà nulla.
Vivere senza tempi morti gioire senza ostacoli.
Il collettivo di Re Nudo
(Re Nudo – dall’underground all’outground – n°18 marzo 73, n°1 nuova serie)
Affinché la critica anti-industriale possa riempire di contenuti le lotte sociali, deve nascere una cultura politica radicalmente diversa da quella che predomina oggi. E' una cultura del No. No a qualunque imperativo economico, no a qualsiasi decisione dello Stato. Non si tratta quindi di partecipare all'attuale gioco politico per contribuire in un modo o nell'altro ad amministrare lo stato presente delle cose. Si tratta piuttosto di ricostruire tra gli oppressi, al di fuori della politica ma all'interno del conflitto stesso, una comunità di interessi opposti a questo stato di cose. Per questo motivo, la molteplicità degli interessi locali deve condensarsi e rafforzarsi in un interesse generale, al fine di concretizzarsi in obiettivi precisi ed in alternative reali attraverso un dibattito pubblico. Una comunità siffatta deve essere egualitaria e guidata dalla volontà di vivere in un altro modo.
La politica anti-industriale si fonda sul principio dell'azione diretta e della rappresentanza collettiva, motivo per cui non deve riprodurre la separazione tra dirigenti e diretti che configura la società esistente. In questo ritorno al pubblico, l'economia deve ritornare alla domus, rivendicare quel che è stata, un'attività domestica.
Da un lato la comunità deve garantirsi contro qualsiasi potere separato, organizzandosi in maniera orrizontale attraveso strutture assembleari e controllando nel modo più diretto possibile i suoi delegati e rappresentanti, in modo che non si ricostituiscano gerarchie formali o informali. Dall'altro, deve interrompere la sottomissione alla razionalità mercantile e tecnologica. Non potrà mai controllare le condizioni della propria riproduzione inalterata se agisce altrimenti, ovvero se crede al mercato e alla tecnologia, se riconosce la seppur minima legittimità alle istituzioni del potere dominante o se adotta i suoi modi di funzionamento.
Senza ali
e senza più, ideali
la gioventù si oscura
e sfoga la sua rabbia
cingendo
di cemento
le sue gabbie
Aquile mutilate
che artigli caccian fuori
mentre le rauche voci
vorrebbero sfondare
il duro cemento dei contenitori
Graffiate di luce e di colore,
le luride pareti,
nascondono in parvenza
psichedelici odori
di realtà latenti
e suoni ossessionanti
al parossismo spinti
non trovan risonanza.
Così gli ardori spenti
in una poga a oltranza
effimera lotta
perde la baldanza
e più non paga
neanche la speranza
Avendo toccato il culmine dell'efficacia e dell'inefficacia, la medicina cade dalle cime della pretesa essenziale per raccogliersi in una realtà esistenziale: il rapporto morboso dell'individuo con se stesso.
Il XIX secolo aveva consacrato come scienza dell'uomo l'arte del medicastro, riconoscendo con ciò meno il progresso del sapere che un rialzo delle quote sul mercato delle materie umane.
Nelle epoche in cui un migliaio di persone non valevano un chiodo di una bara, la reputazione del medico non superava quella del barbiere, del ciarlatano e del boia. E' stato necessario che la morale sparagnina dello sviluppo capitalista considerasse l'essere umano con l'attenzione prestata a una moneta di piccolo taglio perchè il guaritore, fregiatosi di un gergo universitario, si elevasse allo status di tecnico in efficacia laboriosa, diventando, su domanda di una industrializzazione accelerata, l'esperto del corpo al lavoro. Mentre il plusvalore strappato ai ghetti operai stipendia il progresso delle ricerche, appare chiaro che l'oggetto di elezione delle scienze più rispettabili è, in generale, la macchina e, in particolare, la meccanica dell'uomo che la prolunga così utilmente.
Considerate la popolarità raggiunta della medicina quando la macchina produttiva si è sdoppiata in una macchina consumistica, quando l'industria farmaceutica, avendo scoperto del proletariato un vasto mercato potenziale, ha democratizzato l'uso delle cure sanitarie.
Il medico era solo un uomo di prestigio, diventa indispensabile. la sua funzione si burocratizza, per il benessere di tutti, la sua missione non è più caritativa ma socialista. Milita in un organismo sanitario che, sotto il nome di Servizio sanitario, vigila per non lasciare senza rimedi quelli che lavorano ogni giorno a morire un pò di più.
Ciononostante il declino si annuncia. La routine burocratica, il potere dei monopoli farmaceutici, la frammentazione delle terapie specialistiche, concido con una sovraprotezione della salute che contrasta con il malessere nella civiltà. La diffidenza si accentua al contatto di una farmacopea che guarisce lo stomaco rovinando i reni ed è parte della stessa potenza industriale che snatura la terra e l'uomo in nome della felicità.
Aggiungeteci il fallimento dello Stato-protettore, ormai incapace di garantire una protezione sociale che il proletariato delle società mercantili avanzate metteva nel novero delle sue conquiste e delle sue acquisizioni durature.
In breve, una crescente abulia invade il mercato della morte
e della malattia, e l'opinione in bilico tra la preoccupazione e il sollievo di vederlo scomparire, come un convalescente a cui si assicura che può camminare senza stampelle e che non osa crederci.
Il capitale vuole essere libero di spaziare in ogni angolo del mondo per scovare il frammento di tempo umano disponibili a essere sfruttato per un salario più misero. A questo scopo mette in moto una ricerca continua, puntuale, frammentaria, frattalizzata, cellularizzata. Va alla ricerca del frammento di lavoro che può essere sfruttato ad un costo più basso, lo cattura, lo usa e lo espelle. Il tempo di lavoro è frattalizzato, cioè ridotto a frammenti minimi ricomponibili, e la frattalizzazione rende possibile per il capitale una costante ricerca delle condizioni di minimo salario. La persona del lavoratore è giuridicamente libera, ma il suo tempo è schiavo. Il suo il tempo non gli appartiene, perchè è a disposizione del ciber spazio produttivo ricombinante.
Il lavoro necessario per far funzionare la rete è una costellazione di istanti isolati nello spazio e frazionati nel tempo, ricombinati dalla rete, macchina fluida. Per poter essere incorporati dalla rete i frammenti di tempo lavorativo debbono essere resi compatibili, ridotti ad un unico formato che renda possibile una generale inter-operabilità. Si verifica così una vera e propria scissione tra percezione soggettiva del tempo che scorre, e ricombinazione oggettiva del tempo nella produzione di valore.
Quale immaginazione del futuro può generarsi in un cervello sociale frammentato e cellularizzato fino al punto di non poter riconoscersi come soggetto unitario? Nella sfera del tempo precario non si può formulare alcun progetto di futuro, perchè il tempo precario non si soggettivizza, non diviene soggetto di immaginazione, nè di volontà nè di progetto.
La frammentazione del tempo presente si rovescia nell'implosione del futuro.

Il film è girato in un'abbazia francese, ma intende rappresentare il carcere di Ankara in cui lo stesso regista fu detenuto. Nello stesso carcere tre sezioni: quella maschile, quella femminile e quella minorile. A dividerle il muro del titolo. Le immagini grezze del regista, che tornava a dirigere in prima persona un film dopo anni di sceneggiature scritte da dietro le sbarre, raccontano la vita dei tre gruppi, con particolare attenzione ai bambini. È fra loro infatti che il dolore sa mostrarsi con maggiore grado di crudeltà e di gratuità. Le ispezioni e le percosse delle guardie, i ragazzini costretti a mangiare le proprie pulci, gli abusi sessuali, i lavori forzati e ancora le percosse, le vessazioni. Infine la morte di un ragazzino, freddato mentre cerca di fuggire: è la goccia che fa traboccare il vaso; la rivolta si organizza e si barrica all'interno delle celle per chiedere trattamenti più umani. Durante la vita di cella il popolo d'Anatolia ci è mostrato con tutte le sue tradizioni, i canti, le melodie festanti o sofferenti, i balli, le superstizioni, i cibi. Insomma vedendolo resistere nel chiuso della prigione, Güney ce lo fa immaginare com'è al di fuori, costretto da catene sociali, da vincoli d'onore, ma anche depositario di tradizioni secolari, rurali/orali, intatte e vitali. Nel frattempo le esercitazioni e i cori delle guardie e l'intrusione audio di spot commerciali radiofonici, ci danno il senso dell'ipocrisia della società, che negli anni in cui il film è girato associava militarizzazione e ingresso nel luccicante regno del consumismo occidentale
Lo stile di Guney è grezzo, come dicevamo, non ha grandi rifiniture artistiche, anche se a volte si riconosce un certo gusto per la composizione dell'immagine. Con naturalezza offre immagini cattive, spietate, marchiate a fuoco da un sapore di realtà che è difficile non avvertire allo stomaco. Ricordiamo il piano sequenza condotto dal punto di vista di una carriola, fisso sul volto di un prigioniero di dodici anni, sofferente mentre va al lavoro forzato in inverno, schifato da tutti i compagni per il fatto di non aver avuto il coraggio di denunciare gli abusi subiti; oppure il primo piano violentissimo di un parto, i tonfi delle percosse, i dettagli di ematomi, cerotti, sangue rappreso. Un pulp neo-realista, senza artificio narrativo. Un film denuncia e un film poesia al contempo, di quelle poesie scritte con parole normali, non ricercate, ma dirette a tutti, alla gente, alle coscienze più che ai sensi estetici. Gli attori vengono dagli arabi delle periferie francesi e dai turchi delle periferie tedesche; era probabilmente gente che sapeva come muoversi all'interno delle pareti di un carcere.

Al di là dell'immaginario filmico, scendendo nel territorio del reale, nella cronaca, nella storia, reportage, inchieste, articoli e quant'altro testimoniano che la situazione delle carceri turche non è completamente cambiata, anche se passi in avanti si sono fatti registrare. Il film si basa sullo stato di barbarie presente nei penitenziari Turchi degli inizi anni '80, che tutt'oggi persiste. Dove bambini, donne e uomini, vivono alla mercé di inumani secondini e feroci egemoni statali, patrocinati da una legge che non possiede occhi né orecchie. Le carceri sono ancora il luogo della repressione del dissenso politico e ideologico, il luogo della ricerca di un consenso forzoso, luogo di contenimento delle problematiche sociali (il famoso tappeto sotto cui si nasconde la polvere) e infine luogo di negazione dei fondamentali diritti umani.

Essere anarchici/che significa, oltre che lottare contro il potere statale, religioso e scientifico fuori di noi, liberarsi dalle barriere mentali che ci impediscono di vivere rapporti veramente paritari con gli altri. Liberarsi il più possibile dalle relazioni di potere in cui siamo impilati/e, che influenzano la qualità della nostra esistenza forse ancora più pesantemente dell'oppressione che viene dall'alto. Viviamo rapporti asimmetrici fin dall'infanzia nell'ambito della famiglia, che poi si replicano nelle istituzioni preposte alla nostra educazione e istruzione: collegi religiosi, scuole statali, università. Il mondo del lavoro in cui veniamo inseriti/e nell'età adulta, è una rete di relazioni di potere ancora più fitta. Anche nel rapporto con gli altri animali, con gli individui dello stesso sesso o dell'altro sesso, con gli individui di cui abbiamo differenze culturali, di provenienza, di conformazione fisica, di preferenze sessuali (e la lista potrebbe continuare all'infinito), sono impilate relazioni di potere che ci apportano un vantaggio materiale o un rafforzamento della nostra identità personale, o che al contrario ci opprimono e ci discriminano.
Il nostro stesso linguaggio, e le categorie che adoperiamo per descrivere il mondo e relazionarci con le altre persone, non sono neutrali ma sono stati prodotti per perpetuare divisioni sociali non paritarie. Il primo passo per abbattere il potere è riconoscere quanto esso ha influenzato ogni aspetto della nostra vita e delle nostre relazioni, e da lì partire per rivedere i rapporti personali che portiamo avanti in modo da renderli davvero liberi e orizzontali. Si tratta di svelare le idee e le categorie che il potere ha prodotto per giustificare le asimmetrie dei rapporti sociali, funzionali a una società organizzata gerarchicamente in cima alla quale stanno proprio le istituzioni.
"E' nella logica dell'oppresso imitare il suo oppressore e provare a liberarsi dall'oppressione attraverso azioni simili ad essa". (Paulo Freire)