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giovedì 17 febbraio 2022

Ecologia e Ecologismo

Il termine ecologia è un vocabolo piuttosto recente, coniato in Germania nel 1866 dal naturalista tedesco Ernst Haeckel che definisce l'ecologia come “lo studio delle relazioni degli organismi in un ambiente”. L'ecologia è dunque una disciplina scientifica, branca della biologia, sviluppatasi a fine Ottocento e consolidatasi definitivamente nei primi decenni del XX secolo e incentrata su quello che è stato definito lo studio delle interazioni tra esseri viventi e non viventi negli ambiti terrestri conoscibili. L'ecologismo non è un sinonimo di ecologia e non va confuso con essa. Esso si sviluppa in seguito all'aumento della consapevolezza della crisi ambientale contemporanea più o meno verso la metà degli anni sessanta, come conseguenza di alcuni gravi disastri ambientali. Per l'Italia emblematico è il disastro di Seveso del 10 luglio 1976, con la nube tossica di diossina sprigionatasi dopo un'esplosione al reattore chimico dell'ICMESA, annoverato nella triste classifica degli otto disastri ambientali più gravi causati dall'essere umano – per capirsi nella lista è appena sotto al disastro di Bhopal e di Chernobyl. Negli anni si sviluppano diversi movimenti ecologisti, alcuni dei quali si istituzionalizzeranno e daranno vita – soprattutto in Europa – ai partiti verdi che conosceranno un'ampia affermazione politica negli anni ottanta e che oggi sono spesso in netto declino. Ricordare ciò ci permette di porre in evidenza come l'ecologismo non sia omogeneo né per gli scopi che si prefigge né per le metodologie di contestazione. Per questo motivo un discorso a parte merita il rapporto esistente tra ecologismo e anarchismo. Innanzitutto bisogna dire che gli anarchici hanno spesso contribuito alla realizzazione e alla crescita del movimento ecologista sin dai suoi albori se non prima. Tra i precursori dell'ecologismo in ambito libertario e anarchico è possibile sicuramente ricordare, per fare degli esempi, Henry Thoreau con la sua volontà di ritornare alla natura; Peter Kropotkin che vedeva nella natura le prove della validità del mutuo appoggio e della cooperazione ed Elisée Reclus il quale arrivava a scrivere che “l'uomo è la natura che prende coscienza di sé”, autore inoltre di un saggio sul vegetarianismo. Per quanto riguarda invece nello specifico l'anarchismo verde o ecologismo anarchico, anch'esso – come tutto l'ecologismo – prende piede a partire dagli anni settanta e, sebbene si differenzi in varie tendenze, presenta alcune caratteristiche comuni quali la constatazione della crisi ecologica, il rifiuto del riformismo, l'antiautoritarismo, la critica all'antropocentrismo e l'opposizione al dominio umano sulla natura. Nonostante tali caratteristiche comuni, è evidente che l'arcipelago di gruppi, movimenti e giornali che operano nel campo ecologista anarchico è complesso e vario, ciascuno con metodologie e pratiche diverse. L'ecologismo anarchico si dirama infatti in varie tendenze, sviluppatesi soprattutto nei paesi di lingua anglosassone ma giunte in gran parte anche in Italia, tra cui l'ecologia sociale, la decrescita, il primitivismo e l'anticivilizzazione, l'antispecismo. 

giovedì 10 febbraio 2022

Paolo Lega bastonato e frustato

La sera dell'8 marzo una violenta esplosione scuote il centro storico di Roma echeggiando per tutta la città. La bomba, collocata presso il palazzo di Montecitorio, provoca gravi danni, due morti e alcuni feriti. Un'altra più piccola esplosione, senza vittime, avviene due mesi dopo, il 9 maggio, sempre a Roma, presso il palazzo dei conti  Odescalchi. Infine il 21 maggio, all'annuncio delle condanne della Corte d'Assise di Palermo contro De Felice, Bosco, Barbato, Verro e Montalto, nonché alla vigilia di una difficile prova parlamentare per il Governo, due bombe esplodono, senza fare vittime, al Ministero di Giustizia e al Ministero della Guerra. Gli anarchici non rivendicarono questi attentati ma la grande stampa conservatrice li attribuì a loro. La mancata individuazione dei responsabili e l'utilità oggettiva che il governo ne trasse in un momento in cui maturavano le leggi  eccezionali lasciano adito a dubbi di provocazione. Il Crispi, superato lo scoglio dell'opposizione parlamentare, si dimette il 14 giugno e ottiene il reincarico per formare un nuovo Governo, votato dalle Camere il 16 giugno. Ma due giorni dopo, mentre si reca all'ufficio insieme al suo capo di gabinetto Giuseppe Pinelli, giunta la carrozza in Via Gregoriana, un giovane da breve distanza gli spara contro due colpi di revolver, andati a vuoto. Lo sparatore, subito preso, bastonato e frustato, è il falegname Paolo Lega, anarchico romagnolo, di Lugo. L'attentato costituisce per Crispi una grossa fortuna, oltre che fisica, politica. Nel plebiscito di congratulazioni per lo scampato pericolo, gli attacchi personali dei suoi avversari, giunti ormai all'infamazione pubblica, si attenuano. Le predisposte leggi eccezionali contro gli  anarchici e più generalmente contro i sovversivi guadagnano consensi in parlamento e nell'opinione pubblica. Il neonato governo consolida la sua maggioranza, Crispi rimonta le avverse correnti e, per giunta, il  giorno successivo all'attentato può annunciare alla Camera la conquista di Cassala da parte del generale Baratieri. Paolo Lega è nei guai perché da parte della polizia si vuole ad ogni costo scoprire dietro il suo gesto un vasto complotto, magari internazionale. Ma Lega è solo come un cane. Il Secolo, che è  la voce della sinistra, scrive che l'attentatore «ha tutti i caratteri esteriori dell'uomo privo di intelligenza e anche qualcuno ben marcato dei delinquenti volgari». La sua determinazione a colpire in Crispi il sistema o addirittura la società si è  formata in anni  di patimenti e  di angherie. Arrestato una prima volta il 10 maggio 1892, è passato da una prigione all'altra, fra Lugo, Bologna e Genova. Da Genova, dove ha trovato un lavoro ma non ha la residenza, è spedito con foglio di via a Lugo, suo luogo di nascita; ma a Lugo, non avendovi stabile occupazione, è incarcerato e mandato a Bologna, dove risulta si residente ma non trova lavoro. Per lavorare torna a Genova.Viene arrestato di nuovo e il giro  si ripete una seconda, una terza volta. Arrivano  poi i fatti di Sicilia e di  Lunigiana a far scattare in  lui un impulso di vendetta. Al processo svoltosi in una sola  giornata a Roma il 19 luglio - difensore  l'avvocato Vittorio Lollini - dichiara: Non posso esprimere le mie idee chiaramente, perché mi manca l'istruzione. Debbo   però dire che non ho commesso questo reato per malvagità o per odio personale, bensì per protestare contro alcune classi privilegiate e contro gli oppressori... Considerai i fatti successi in Italia, gli eccidi ordinati dal governo e decisi fare atto di rivendicazione sociale... Mi proposi di colpire un uomo che  è responsabile di tanti mali, ma non lui come uomo bensì come la persona più importante dello Stato. È condannato a 20 anni e 17  giorni. Morirà dopo appena un anno e mezzo nel carcere  di Sassari.  






IN CAMMINO - Iswar Ballav

Guarda verso il cielo, ma non sempre:

guarda spesso anche verso terra.


La terra ama l’uomo, fin nelle radici:

aggiungi le infinite stelle -

le molte gocce che scendono

qui; i molti germogli che qui

fioriscono. Fa risuonare il sordo orizzonte -

lontano, tanto lontano verso gli uomini in cammino.

Da qualche parte fasci di luce accendono luci;

da qualche parte fasci di luce si impennano:

uomini e uomini in cammino.

Ishwar Ballav, (Nepalese: ईश्वरबल्लभ,  11luglio 1937 – 22 marzo 2008). E' uno di quegli scrittori i quali hanno creato il movimento letterario chiamato "ayamik lekhan" (scrittura dimensionale) con la quale gli autori si prefiggevano di scrivere nella terza dimensione, quella che essi intendevano essere la profondità, trovare ad esempio, il senso dell'esistenza partendo dal cielo scendendo sin nelle profondità della terra, alle radici. Il movimento doveva essere un contrappunto al realismo sociale, che era ed è il genere letterario dominante nella lingua nepalese, Tesro Aayam. Ishwar Ballav attingendo al postmodernismo di pensatori come Jacques Derrida e Jean Baudrillard, ha cercato di fornire un'antitesi al realismo narrativo, infondendo alla letteratura forme di scrittura che apparivano in contrasto con le forme consolidate della scrittura letteraria contemporanea. 



Architettura è fissare un modo di vita

Utilità e funzione resteranno sempre il punto di partenza di ogni critica formale; si tratta solo di trasformare il programma della funzionalità. I funzionalisti ignorano la funzione psicologica dell’ambiente … la vista dell’esterno delle costruzioni e degli oggetti, che ci stanno intorno e da noi utilizzati, ha una funzione indipendente dalla loro effettiva utilità. I razionalisti funzionalisti hanno, in ragione delle loro idee di standardizzazione, immaginato di poter arrivare alle forme definitive ideali dei differenti oggetti utili all’uomo. L’evoluzione di oggi mostra che questa concezione statica è sbagliata. Si deve arrivare ad una concezione dinamica della forma, si deve vedere la verità in viso per cui ogni forma umana si trova in uno stato di trasformazione continua. Non si deve, come razionalisti, evitare questa trasformazione; il fallimento di costoro sta nel fatto di non aver capito che il solo modo di evitare l’anarchia del cambiamento sta nel rendersi conto delle Leggi per cui questa trasformazione si opera nel servirsene. È importante comprendere che tale conservatorismo delle forme è puramente illogico perché non causato dal fatto che non si conosca la forma definitiva e ideale dell’oggetto, bensì dal fatto che l’uomo si inquieta se non trova una parte di “già visto” nel fenomeno sconosciuto … il radicalismo delle forme è causato dal fatto che la gente si annoia se non trova qualcosa di inusitato nel conosciuto. Si può trovare questo radicalismo illogico come fanno gli standardizzatori ma non si deve dimenticare che la sola via verso la scoperta è data da questo bisogno dell’uomo. L’architettura è sempre l’ultima realizzazione di una evoluzione spirituale e artistica; essa è la materializzazione di uno stadio economico. L’architettonico è il punto di realizzazione ultimo di ogni tentativo artistico perché creare un’architettura significa formare un ambiente e fissare un modo di vita. (Asger Jorn)


giovedì 3 febbraio 2022

1894 i moti di Carrara

Il 13 gennaio 1894 veniva  indetto a Carrara lo sciopero di protesta  contro  lo  stato d'assedio  in Sicilia e di solidarietà con gli uomini dei Fasci siciliani arrestati. La manifestazione, che doveva esprimere anche il risentimento  per la chiamata alle armi della classe del 1869, doveva essere anzitutto una adunata di scioperanti nella città di Carrara. Ma dai primi assembramenti si passò alla formazione di barricate alla Foce, fra Massa e Carrara, e alla interruzione delle linee telegrafiche. Gruppi di dimostranti attaccavano poi i posti del  dazio e le armerie delle guardie, che venivano saccheggiate. Ad Avenza si verificava il primo scontro armato: uccisi un carabiniere e un dimostrante. Fra il 13 e il 14 si formarono  concentramenti di ribelli a Bedizzano, Codena e Miseglia e  mossero verso la città al  grido di «Viva la Sicilia! Viva la rivoluzione! », nella convinzione o nella speranza che in altre parti d'Italia si stesse sviluppando un movimento analogo. Il 15 si  ebbe un secondo scontro fra una banda scesa da Fossola verso Carrara e la  cavalleria: un altro morto fra gli insorti. Il 16, alla periferia della città, presso la caserma Dogali, una colonna di 400 dimostranti, armati di roncole, forconi e qualche fucile, si scontrò con una compagnia di soldati. Otto dimostranti restarono uccisi, molti i feriti. La colonna si disperse. Alcuni gruppi fuggirono verso i monti dove vennero rastrellati nei  giorni successivi. Il 16   gennaio  Crispi  sottopose al  re il decreto di stato d'assedio con una relazione dove fra l'altro si diceva: “Sire, gli anarchici di Massa e Carrara, raccoltisi in bande armate, scorrazzano per quelle contrade a fini criminosi, rompendo i fili telegrafici, ostruendo le strade, attaccando insidiosamente  la forza pubblica... Il moto non è politico, ma ha tendenze antisociali, propositi accennanti alla dissoluzione  nazionale, a danno della  proprietà, a distruzione della famiglia. Dal contegno, dagli atti, dal programma di cotesti nemici della Patria, sorge legittima la  presunzione  che i casi  di Massa e Carrara  si colleghino a quelli di Sicilia. Bisogna colpir nel nascere cotesti conati di barbarie con mezzi  pronti e decisi.” Contemporaneamente alla firma del decreto reale, viene nominato commissario straordinario per  la Lunigiana il maggior generale degli alpini Nicola Heusch, livornese, di famiglia originaria dell'Austria. Cominciano le repressioni e i processi davanti ai tribunali militari, per direttissima, con pene pesanti. Circa trecento sono gli arrestati per sedizione e 209 gli anarchici arrestati in quanto tali. Chi non  finisce in carcere, viene spedito al domicilio coatto. Un testimone,  il poeta apuano Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, così descrisse in un opuscolo sincrono la  scena  della deportazione: “Per lo più quei tristi condannati, quasi tutti giovanetti, erano fatti partire coi treni del mattino. L'alba si levava lentamente sulle Apuane, i monti delle cave dove forse i loro padri, i loro fratelli erano morti schiacciati da un masso rotolante  per un ravaneto, o sotto lo scoppio orrendo di una  mina, per guadagnarsi un tozzo di pane. La luce scendeva lentamente e gettava dei lividori sulle facce pallide, smarrite dei  condannati, sul filo delle baionette. Qualche madre,  qualche sposa li attendevano talvolta... Partivano i figli, i mariti pei lontani reclusori, ed esse ritornavano alle loro case, cui gli usci, nei tristi giorni delle perquisizioni e degli arresti, erano stati sfondati dalla furia dei carabinieri e degli alpini, col calcio del fucile o a colpi di  baionetta... Che vita! Quante  esistenze  infrante, quanta vitalità perduta!” In effetti la repressione fu sproporzionata ai fatti e  dettata  dalla paura (Crispi, nell'imputare  a sobillazione esterna  la  cagione dei moti,  temeva addirittura uno sbarco francese  a  La  Spezia): solo una  vittima fra la forza  pubblica contro numerosi morti fra i  manifestanti. Molti  di questi avevano dei fucili ma non li sapevano usare. Per il solo fatto della presenza alle dimostrazioni, si ebbero condanne a venti anni. «Neppur l'Austria osò tanto» scrisse Dario Papa. Il novantaquattro apuano fu una rivolta semi-spontanea, politicamente forse più impegnata del movimento dei Fasci siciliani ma assolutamente non  preordinata sul piano organizzativo (come lo  era stata  invece la Banda del  Matese nel 1877). La  si definì «anarchica» e la definizione appare giustificata per il modo del suo manifestarsi, per l'ideologia che genericamente  la  animò, per la partecipazione di  anarchici  militanti  alla sollevazione.    


OUT OF THE BLUE - Dennis Hopper

Provincia americana profonda, anni ’70. Cindy è una ragazza che attraversa le difficoltà dell’adolescenza ed è frustrata dalla vita priva di orizzonti. La sua ribellione trova sfogo nel suonare la batteria, negli atteggiamenti della generazione punk, nel non andare a scuola, nel Rock and Roll, e  adora Elvis Presley. Detesta la disco-music, odiosa colonna sonora della sua epoca. Il padre, Don, è un camionista, beve come una spugna e da sei anni in carcere perché un giorno completamente ubriaco e alla guida del suo bisonte di gomma, sperona uno scuolabus, causando la morte di una quindicina di bambini. La mamma Kathy lavora in un fast-food è tossicomane e va a letto con il gestore del locale e con altri a caso. Disperata la ragazzina scappa di casa e ha dei guai con la polizia. Ritorna a casa in tempo per vedere uscire di prigione il padre. Ma la serenità in famiglia non torna, i problemi non tardano a riaffacciarsi, fino a travolgere i tre protagonisti. In un tragico epilogo Cindy uccide il padre a forbiciate e poi fa saltare in aria il vecchio camion su cui è salita insieme alla madre.:” “Sovvertire la normalità!”, è questo
il grido di battaglia della quindicenne Cindy protagonista e strabiliante mattatrice di Out of the Blue terza regia di Dennis Hopper, il suo film più sovversivo e dinamitardo, osteggiato e “messo a tacere” dall’industria hollywoodiana del tempo. Una parabola anarchica e tragica su quel che resta del sogno americano. Cindy, la sua famiglia, i suoi concittadini, c’è un epiteto dal conio tutto statunitense per descriverli: “white trash” (spazzatura bianca) un dispregiativo razzista rivolto a quegli individui di razza caucasica che sono e resteranno sempre ai margini. La loro colpa è forse una sola: aver rinunciato alla mobilità, al viaggio, prerogative dell’homo americanus, per assemblarsi nei sobborghi ai confini di una grande città. Dropouts e junkies, più che outsiders, i personaggi di Out of the Blue sono degli emarginati capaci solo di girovagare di bar in bar, di bancone in bancone, talvolta stanziali sul divano di casa, sullo sfondo di lacere tappezzerie. La Summer of Love è d’altronde già lontana e con essa anche gli ideali di libertà. È un universo privo di speranza quello descritto da Hopper, fatto di lucidi diner, insegne luminose dei bar, droga, prostituzione, sopraffazione, lo scenario ideale per una tragedia annunciata, il cui determinismo è solo in parte mitigato dall’energia
spavalda e contagiosa di Cindy, ultima utopista in un piccolo inferno suburbano e domestico. Con entusiastica partecipazione e tangibile affezione, Hopper fa risaltare sullo schermo la sua protagonista, le concede tutto lo spazio e il tempo che ritiene necessari, duetta con lei in scena con rara naturalezza, mentre traduce in immagini e suoni una sorta di tetra ballata country-blues, l’estremo inno a un’America che non c’è più. E dunque, in questa prospettiva storica, Out of the Blue si fa epitome di un nichilismo perduto, di un cinema indipendente libero fino al punto di essere autodistruttivo. DENNIS HOPPER:« Sono stato scelto per recitare in Out of the Blue. Due settimane dopo ho sostituito il regista, e con piena autonomia, perché le due ore e mezza di riprese già realizzate erano inutilizzabili. Ho riscritto l’intera sceneggiatura nel fine settimana e ho cominciato a girare il lunedì. Sotto molti aspetti, è forse il mio film migliore. Parla della società del Nord America e dello sgretolamento del nucleo familiare. Io ritraggo la protesta sociale, non riesco a farne a meno. Non conosco molto del passato, non sono interessato al futuro né allo spazio. Mi piace fare cose su quello che vedo. Per una persona come me è un miracolo avere l’opportunità di dirigere un film: non ascolto nessuno, e gli unici collaboratori che ho sono i miei attori».




La consapevolezza che strappa l’essere al sembrare

Il processo rivoluzionario non potrà avere mai più i tratti esclusivi della guerra civile, i tratti della Comune di Parigi o della Mackhnovicina. Ma è sempre più probabile che la produzione «in vitro» della guerra civile, lo spettacolo speciale pirotecnico e sensazionale del terrorismo teleguidato, ottenga un relativo successo, e di conseguenza un relativo coinvolgimento di una parte del proletariato rivoluzionario nella sua pratica alienata. E proprio attraverso l'esperienza vissuta di questa alienazione, apparirà sempre più chiaro il necessario passaggio alla fase ultimativa del processo: la disgregazione attivamente perseguita, la liquidazione «armata (con tutte le anni necessarie) dell'universo concreto in cui il capitale assolutamente dominante realizza la propria valorizzazione. La vera guerra civile si scatena a partire dall'interno di ogni essere: nella maturazione accelerata «di una consapevolezza che strappa l’essere al sembrare, il vero all'apparente, la realtà in processo alla rappresentazione in dissolvimento, una consapevolezza che rifiutando insieme l'essenza selvaggia della guerra e l'essenza mortifera della «civiltà» superi entrambe nell'affermazione «incivile» della propria assoluta estraneità al mondo delle apparenze, e che lo combatte per liquidarlo concretamente una volta per sempre. La lotta sarà armata, perché si seppelliscano per sempre gli strumenti di morte. Distinguere i rivoluzionari armati dai sicari della falsa guerra sembrerà talvolta difficile, ma lo sembrerà soltanto, e non alla dialettica radicale: il corpo proletario della specie si è riconosciuto istantaneamente nei fatti di Detroit, di Danzica, di Stettino, e altrettanto istantaneamente si riconoscerà nei tratti inconfondibili delle insurrezioni vitali. (Cesarano-Collu: Apocalisse e rivoluzione 1973)