Come diceva Errico Malatesta, gli anarchici ritengono che "la più gran parte dei mali che affliggono gli uomini dipende dalla cattiva organizzazione sociale", e proprio perché convinti di ciò, propongono quale alternativa alla società del dominio la costruzione di una società basata sulla libertà.
Due sono, dunque, le forze propulsive dell'anarchismo, quella distruttrice e quella costruttrice: abbattere dominio, costruire libertà.
La prima non si riconosce nel presente, anzi lo delegittima, lo combatte e mira gradualmente a distruggerlo; la seconda invece è tutta intenta a prospettare di già il futuro: una società della libertà e dell'uguaglianza.
Insomma, gli anarchici, convinti che le iniquità siano dovute all'organizzazione gerarchica della società, propongono che ognuno riprenda nelle proprie mani il destino e che tutti insieme riprendiamo in mano il destino dell'umanità, per renderci artefici di una società in orizzontale, che parta dall'individuo per giungere poi alla libera associazione fra individui, alla comune ed infine ad una federazione dal basso, che unisca le libere comuni dal territorio al mondo intero.
Ecco, è così che gli anarchici amano pensare il municipalismo o il comunalismo libertario, come dir si voglia: come una proposta radicale, rivoluzionaria, ma nello stesso tempo gradualista; una proposta che si colloca nelle conflittualità dell'oggi per la difesa degli interessi immediati delle classi subalterne, ma si prefigge, nel contempo, di iniziare a costruire nel "qui ed ora" le basi alternative su cui edificare la società libera del domani.
Bodo’s Project è un progetto di comunicazione “altra” per la creazione e la circolazione di scritti, foto e di video geneticamente sovversivi. La critica radicale per azzerare la società della merce; la decrescita, il primitivismo, la solidarietà per contrastare ogni forma di privatizzazione iniziando dall’acqua. Il piacere e la gioia di costruire una società dove tutti siano liberi ed uguali.
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giovedì 20 ottobre 2011
Urla la morte nel carattere selvaggio delle guerre
Ciò che è stato chiamato storia è solo storia della merce e degli uomini che la producono disumanizzandosi.
L'espansione economica è stata non una vittoria dell'uomo, ma il blocco imposto all'espansione della vita umana, cui essa è parassitariamente sostituita.
Sostenere che il mondo evolve è confondere due movimenti inversi: il divenire della sopravvivenza e l'emergere della vita. La prima è tributaria al processo mercantile, la seconda non ha il suo posto nella storia; vi penetra grazie dei sismi. Il solo che possa toccarla dipende dalla crescente astenia di cui minaccia il salasso accelerato del lavoro, la dialettica di morte in cui l'insieme delle attività umane tende a meccanizzarsi secondo imperativi economici.
La storia agisce come catalizzatore fra la dialettica di morte, che coincide con l'umanizzazione mercantile, e la dialettica di vita, sempre presente e mai riconosciuta. Più la presa dell'economia si allenta e meglio la vita si apre una nuova strada.
Le epoche di distruzione parossistica indicano l'irruzione della volontà di vivere e il grado di potenza repressiva messo in opera per rimuoverla. La vita tenuta a freno urla la morte nel carattere selvaggio delle guerre, nello scatenamento delle rivolte, nella barbarie delle oppressioni, nella ferocia dei costumi quotidiani, nella grande ricaduta delle epidemie.
Esse spesso vengono dopo periodi in cui l'conomia si abbandona allo slancio di una mutazione riuscita, talvolta allo sbando in cui si annuncia la nascita di una forma nuova. E quando avviene è come se la primavera fiorisse all'improvviso nella storia in cui le stagioni non esistono.
Allora l'amore diviene la grande preoccupazione, l'autorità patriarcale viene derisa, la virilità guerriera ridotta alla sua ridicola dimensione. Il riso risuona fresco, il bambino esiste, la donna appare. La donna rivestita dei suoi abiti di gioia, maestosa nella sua certezza di essere la creatura più inutile e la più nociva a questa economia che i preti hanno inventato sacrificando l'amore al potere.
L'espansione economica è stata non una vittoria dell'uomo, ma il blocco imposto all'espansione della vita umana, cui essa è parassitariamente sostituita.
Sostenere che il mondo evolve è confondere due movimenti inversi: il divenire della sopravvivenza e l'emergere della vita. La prima è tributaria al processo mercantile, la seconda non ha il suo posto nella storia; vi penetra grazie dei sismi. Il solo che possa toccarla dipende dalla crescente astenia di cui minaccia il salasso accelerato del lavoro, la dialettica di morte in cui l'insieme delle attività umane tende a meccanizzarsi secondo imperativi economici.
La storia agisce come catalizzatore fra la dialettica di morte, che coincide con l'umanizzazione mercantile, e la dialettica di vita, sempre presente e mai riconosciuta. Più la presa dell'economia si allenta e meglio la vita si apre una nuova strada.
Le epoche di distruzione parossistica indicano l'irruzione della volontà di vivere e il grado di potenza repressiva messo in opera per rimuoverla. La vita tenuta a freno urla la morte nel carattere selvaggio delle guerre, nello scatenamento delle rivolte, nella barbarie delle oppressioni, nella ferocia dei costumi quotidiani, nella grande ricaduta delle epidemie.
Esse spesso vengono dopo periodi in cui l'conomia si abbandona allo slancio di una mutazione riuscita, talvolta allo sbando in cui si annuncia la nascita di una forma nuova. E quando avviene è come se la primavera fiorisse all'improvviso nella storia in cui le stagioni non esistono.
Allora l'amore diviene la grande preoccupazione, l'autorità patriarcale viene derisa, la virilità guerriera ridotta alla sua ridicola dimensione. Il riso risuona fresco, il bambino esiste, la donna appare. La donna rivestita dei suoi abiti di gioia, maestosa nella sua certezza di essere la creatura più inutile e la più nociva a questa economia che i preti hanno inventato sacrificando l'amore al potere.
giovedì 13 ottobre 2011
Etica e scienza nell'anarchismo di Malatesta
L'anarchia, «è un' aspirazione umana, che non è fondata sopra nessuna vera o supposta necessità naturale, e che potrà realizzarsi secondo la volontà umana». Questa «aspirazione umana» si pone oltre ogni valenza razionale e teoretica perché deriva da «un sentimento, che è la molla motrice di tutti i sinceri riformatori sociali, e senza del quale il nostro anarchismo sarebbe una menzogna o un non senso. Questo sentimento è l'amore degli uomini, è il fatto di soffrire delle sofferenze altrui».«Per spirito anarchico intendo quel sentimento largamente umano che aspira al bene di tutti, alla libertà ed alla giustizia per tutti, alla solidarietà ed all'amore fra tutti».
Detto in altri termini, l'anarchismo è prima di tutto un' etica che va al di là di ogni spiegazione razionale perché «è nato dalla rivolta morale contro le ingiustizie sociali». In quanto aspirazione umana verso la libertà universale, si pone oltre la necessità naturale, come ogni altra necessità storica o scientifica. L'anarchia infatti è una costruzione culturale e il concetto di libertà ne è la massima espressione, nel senso che testimonia la valenza tutta precaria e volontaria di tale conquista: «la libertà non si conquista e non si conserva se non attraverso lotte faticose e sacrifici crudeli, la libertà piena e completa è certamente la conquista essenziale, perché è la consacrazione della dignità umana».
In questo concetto di libertà come conquista, Malatesta rivela una visione dicotomica tra natura e cultura. La natura non è un luogo di armonia, bensì per molti versi un elemento ostile all'uomo, per cui questi è tanto più libero quanto più riesce a piegare le avversità esterne che lo circondano. Tale idea rivela il senso perfettamente anarchico della libertà come termine ultimo della storia. Infatti, l'uomo liberato dal principio di autorità, cioè l'uomo anarchico, «sta al culmine, non all' origine dell' evoluzione umana».
«Tutta la vita specificamente umana è lotta contro la natura esteriore, ed ogni progresso è adattamento, è superamento di una legge naturale.
Il concetto della libertà per tutti, che implica necessariamente il precetto che la libertà dell'uno è limitata dalla eguale libertà dell'altro, è concetto umano; è conquista, è vittoria, forse la più importante di tutte, dell'umanità contro la natura».
Il tempo perduto
Se si considera in tutta la sua estensione la crisi della società contemporanea non credo sia possibile guardare ancora agli svaghi come ad una negazione del quotidiano.
Per il capitalismo classico, il tempo perduto è ciò che è estraneo alla produzione all'accumulazione, al risparmio.
La morale laica, insegnata nelle scuole della borghesia, ha impiantato questa regola di vita.
Il fatto è che il capitalismo moderno, con un'astuzia inaspettata, ha bisogno di aumentare i consumi, di innalzare il livello di vita.
Possiamo dire quindi che questa espressione classica del tempo perduto è rigorosamente priva di senso.
Poiché contemporaneamente, le condizioni della produzione parcellizzata e cronometrata sin nei particolari sono diventate perfettamente indifendibili, obsolete ed antieconomiche la morale, già in atto nella pubblicità nella propaganda e in tutte le forme dello spettacolo dominante, ammette invece apertamente che il tempo perduto è quello del lavoro, giustificato solo dai vari livelli del guadagno, che permette di comprare il riposo, i consumi, gli svaghi, cioè una passività quotidiana fabbricata e controllata dal capitalismo.
Ora se consideriamo l'artificiosità dei bisogni del consumo, creata dal nulla, ed incessantemente stimolata dall'industria moderna, se si riconosce il vuoto degli svaghi e l'impossibilità del riposo, si può porre la domanda in modo più realistico: che cosa non sarebbe tempo perduto? In altre parole: lo sviluppo di una società dell'abbondanza dovrebbe portare all'abbondanza di che cosa?
Per il capitalismo classico, il tempo perduto è ciò che è estraneo alla produzione all'accumulazione, al risparmio.
La morale laica, insegnata nelle scuole della borghesia, ha impiantato questa regola di vita.
Il fatto è che il capitalismo moderno, con un'astuzia inaspettata, ha bisogno di aumentare i consumi, di innalzare il livello di vita.
Possiamo dire quindi che questa espressione classica del tempo perduto è rigorosamente priva di senso.
Poiché contemporaneamente, le condizioni della produzione parcellizzata e cronometrata sin nei particolari sono diventate perfettamente indifendibili, obsolete ed antieconomiche la morale, già in atto nella pubblicità nella propaganda e in tutte le forme dello spettacolo dominante, ammette invece apertamente che il tempo perduto è quello del lavoro, giustificato solo dai vari livelli del guadagno, che permette di comprare il riposo, i consumi, gli svaghi, cioè una passività quotidiana fabbricata e controllata dal capitalismo.
Ora se consideriamo l'artificiosità dei bisogni del consumo, creata dal nulla, ed incessantemente stimolata dall'industria moderna, se si riconosce il vuoto degli svaghi e l'impossibilità del riposo, si può porre la domanda in modo più realistico: che cosa non sarebbe tempo perduto? In altre parole: lo sviluppo di una società dell'abbondanza dovrebbe portare all'abbondanza di che cosa?
giovedì 6 ottobre 2011
1977, tracce alfabetiche di sogni infranti
Riaprire una porta, guardare negli scaffali della memoria, togliere muffa e polvere dai ciclostili a mano abbandonati e accatastati su bandiere e bottiglie oramai secche di benzina.
Nessuna storia, nessuna verità, nessun pistolotto pro o contro quello o quel altro avevi ragione tu avevo ragione io, niente di tutto ciò! Solo un percorso emozionale senza distruggere ragnatele e sogni, senza analizzare parole o pensieri di cose e persone che non ci sono più.
Lasciarsi andare un attimo a sentimenti e aliti di sorrisi lontani, non razionalizzare e criticare documenti e volantini o date, ma appoggiarsi sulle pieghe di comunicati sgualciti e giornali ingialliti fuori.
Nessuna pietà nel dimenticare capi, leader e avanguardie, negli scaffali della memoria non cè posto per chi in fondo ma non troppo voleva comandare, dirigere, profetizzare.
Niente di tutto questo ma solo lucciole che nel buio ci ricordano squarci di luce folgorante, attimi di rivolta esaltante, profonde carezze femminili e/o maschili sui nostri fazzoletti calati sul viso, sui corpi nudi nei parchi, gioiosa rivoluzione permanente guardando fotografie sfuocate su un alfabeto dimenticato
Nessuna storia, nessuna verità, nessun pistolotto pro o contro quello o quel altro avevi ragione tu avevo ragione io, niente di tutto ciò! Solo un percorso emozionale senza distruggere ragnatele e sogni, senza analizzare parole o pensieri di cose e persone che non ci sono più.
Lasciarsi andare un attimo a sentimenti e aliti di sorrisi lontani, non razionalizzare e criticare documenti e volantini o date, ma appoggiarsi sulle pieghe di comunicati sgualciti e giornali ingialliti fuori.
Nessuna pietà nel dimenticare capi, leader e avanguardie, negli scaffali della memoria non cè posto per chi in fondo ma non troppo voleva comandare, dirigere, profetizzare.
Niente di tutto questo ma solo lucciole che nel buio ci ricordano squarci di luce folgorante, attimi di rivolta esaltante, profonde carezze femminili e/o maschili sui nostri fazzoletti calati sul viso, sui corpi nudi nei parchi, gioiosa rivoluzione permanente guardando fotografie sfuocate su un alfabeto dimenticato
DEATH TOWN
Il poliziotto rosicchia il mio dito rosolato e imburrato, voltandosi per nascondere il suo semplice piacere animale. Mi rendo conto che la situazione é precipitata.
I morti costruiscono le città, le strade, le piazze. L'incontriamo in marmo, in pietra, in bronzo; questa iscrizione ci dice la loro nascita, quest'altra la loro dimora. Le piazze portano i loro nomi o quelle delle loro imprese. Il nome della strada non indica la sua posizione, la sua forma, la sua altitudine, il posto, parla solo di morti,di massacri.
La metropoli, un grande labirinto sporco e infernale, stracarico di insegne colorate, architetture strane, lampadine intermittenti, cartelloni pubblicitari, gente in tuta che corre dannatamente non solo nei parchi o nelle zone residenziali, gente di tutti i colori, gli emarginati, gli straccioni, i senza lavoro, gli affamati, le prostitute, i mendicanti sui gradini delle chiese, i pensionati sulle panchine solitarie che aspettano la morte come un treno della notte, i negri umiliati, i giovani vittime della droga, gli alcolizzati, gente con le manette ai polsi, quelli con lo braccia alzate, il suicida, l'omicida e la sua vittima, l'imputato dietro le sbarre, chi entra o esce dalla galera, il condannato che va verso il patibolo, il malato di mente, il paralitico, i gobbi e gli storpi, chi arranca con e stampelle, la ragazza sfigurata dall'incidente, la vecchia mascherata dalle rughe, l'attrice imbruttita dal tempo, gli annegati, i corpi carbonizzati, gli schiantati dai sismi, i dilaniati dalle esplosioni, la madre dell'assassino, quella della vittima, i figli di chi ha ucciso l'amante,
gli orfani dell'amante, la ragazza violentata, il bambino percosso, quelli che ogni tanto di inverno muoiono di freddo accovacciati sulle grate che soffiano fuori l'aria calda dei sotterranei, quelli che anche destate non si rialzano più dalle panche di marmo fulminati dall'inedia, le maschere carnevalesche delle ragazzine di dodici anni cui la necrosi fosforica ha divorato le unghie e i capelli, gli occhi corrosi dei vetrai nei forni delle fabbriche, le laide purulenze della sifilide, i cancri sanguinolenti e succhiatori di vita, la tubercolosi, l'epatite e l' AIDS che abitano i tuguri, gli sbirri, i germi infettivi, tutto ciò che costituisce il marciume sociale, la tortura, l'angoscia, l'usciere, il proprietario, il padrone, il giudice.
Personaggi alla ricerca disperata di successo, di denaro, di potere; i tre numi tutelari della metropoli che ha come parola d'ordine alla moda workalcoholic (alcolizzato di lavoro) drogato del proprio mestiere, della volontà di diventare qualcuno, vedi l'epopea di John Travolta in Staying Alive.
In un territorio metropolitano così frantumato e invadente, ma nello stesso tempo affascinante e surreale, l'unico compagno reale é il suono. Un compagno fragoroso esaltante, stroncante, che impazza 24 ore su 24 fornendo una colonna sonora alla nostra vita; sirene bitonali della polizia, dei pompieri, delle ambulanze,
motori ubriachi di traffico caotico, clacson impazziti, respiro fastidioso degli impianti di aria condizionata, il bisbiglio dei venditori di droga, il vociare della malavita ingioiellata ed arrogante, i nostri passi striscianti e trasgressivi sperduti in questo inestricabile puzzle, con in testa ogni giorno un solo obbiettivo
LA SOPRAVVIVENZA.
I morti costruiscono le città, le strade, le piazze. L'incontriamo in marmo, in pietra, in bronzo; questa iscrizione ci dice la loro nascita, quest'altra la loro dimora. Le piazze portano i loro nomi o quelle delle loro imprese. Il nome della strada non indica la sua posizione, la sua forma, la sua altitudine, il posto, parla solo di morti,di massacri.
La metropoli, un grande labirinto sporco e infernale, stracarico di insegne colorate, architetture strane, lampadine intermittenti, cartelloni pubblicitari, gente in tuta che corre dannatamente non solo nei parchi o nelle zone residenziali, gente di tutti i colori, gli emarginati, gli straccioni, i senza lavoro, gli affamati, le prostitute, i mendicanti sui gradini delle chiese, i pensionati sulle panchine solitarie che aspettano la morte come un treno della notte, i negri umiliati, i giovani vittime della droga, gli alcolizzati, gente con le manette ai polsi, quelli con lo braccia alzate, il suicida, l'omicida e la sua vittima, l'imputato dietro le sbarre, chi entra o esce dalla galera, il condannato che va verso il patibolo, il malato di mente, il paralitico, i gobbi e gli storpi, chi arranca con e stampelle, la ragazza sfigurata dall'incidente, la vecchia mascherata dalle rughe, l'attrice imbruttita dal tempo, gli annegati, i corpi carbonizzati, gli schiantati dai sismi, i dilaniati dalle esplosioni, la madre dell'assassino, quella della vittima, i figli di chi ha ucciso l'amante,
gli orfani dell'amante, la ragazza violentata, il bambino percosso, quelli che ogni tanto di inverno muoiono di freddo accovacciati sulle grate che soffiano fuori l'aria calda dei sotterranei, quelli che anche destate non si rialzano più dalle panche di marmo fulminati dall'inedia, le maschere carnevalesche delle ragazzine di dodici anni cui la necrosi fosforica ha divorato le unghie e i capelli, gli occhi corrosi dei vetrai nei forni delle fabbriche, le laide purulenze della sifilide, i cancri sanguinolenti e succhiatori di vita, la tubercolosi, l'epatite e l' AIDS che abitano i tuguri, gli sbirri, i germi infettivi, tutto ciò che costituisce il marciume sociale, la tortura, l'angoscia, l'usciere, il proprietario, il padrone, il giudice.
Personaggi alla ricerca disperata di successo, di denaro, di potere; i tre numi tutelari della metropoli che ha come parola d'ordine alla moda workalcoholic (alcolizzato di lavoro) drogato del proprio mestiere, della volontà di diventare qualcuno, vedi l'epopea di John Travolta in Staying Alive.
In un territorio metropolitano così frantumato e invadente, ma nello stesso tempo affascinante e surreale, l'unico compagno reale é il suono. Un compagno fragoroso esaltante, stroncante, che impazza 24 ore su 24 fornendo una colonna sonora alla nostra vita; sirene bitonali della polizia, dei pompieri, delle ambulanze,
motori ubriachi di traffico caotico, clacson impazziti, respiro fastidioso degli impianti di aria condizionata, il bisbiglio dei venditori di droga, il vociare della malavita ingioiellata ed arrogante, i nostri passi striscianti e trasgressivi sperduti in questo inestricabile puzzle, con in testa ogni giorno un solo obbiettivo
LA SOPRAVVIVENZA.
Municipalismo libertario - NOTAV
Il municipalismo libertario promuove un ideale sociale fondato su possibilità reali e concrete, in termini di effettivo cambiamento della società attuale, una possibilità politica pratica e realistica nelle città e nei territori.
Il municipalismo libertario non è né uno stratagemma propagandistico, né una «strategia» né una «tattica», l’intenzione è che diventi la forma assunta da una società razionale ed ecologica.
Si tratta della ridefinizione di una politica vitale che non si fonda esclusivamente sulle creazione di una democrazia partecipativa ma invita, con argomentazioni incalzanti, alla municipalizzazione dell'economia stessa.
Con ciò si dovrebbe intendere: l’acquisizione dei mezzi di sussistenza da parte della comunità, la gestione della vita economica, l’integrazione di aziende, negozi, terre, ecc...
Il controllo da parte della comunità secondo criteri confederali e antiautoritari.
Non l’idea marxista di economia nazionalizzata.
Non l’idea sindacale tradizionale di controllo operaio.
Non quella borghese di proprietà privata.
Una politica, e una prassi che chiama i gruppi locali a organizzarsi, a tracciare un programma politico che stimoli la democratizzazione delle città, dei quartieri, dei territori, che costruisca una nuova cultura politica di opposizione allo Stato in un ottica antiautoritaria.
La prospettiva municipalista libertaria di trasformare i villaggi, paesi , quartieri e città in una nuova sfera politica non può che stare in contrapposizione con lo Stato nazionale.
La nascita di nuove istituzioni democratiche di base, porterà inizialmente alla possibilità di esercitare un influenza prettamente di carattere morale non certamente strutturale; in seguito, partendo da queste basi istituzionali, o paraistituzionali si riuscirà a determinare effetti scismatici di vasta portata che condurranno a un'aperta opposizione al potere dello Stato.
E' auspicabile che le municipalità libertarie possano emergere numerose, dovrebbero in ogni caso perseguire la creazione di un'articolata rete federata che potrà renderle più forti, meno vulnerabili alla repressione che inevitabilmente dovranno sopportare. La creazione di reti solidali impedirà inoltre il realizzarsi del rischio di rinchiudersi in involuzioni localistiche e reazionarie.
Le municipalità libertarie come nuovo sistema economico, come nuova etica, come nuovo rapporto con l'ambiente, come nuovo rapporto fra gli esseri umani.
Esempi di questo genere seppure frammentati e talora certamente contraddittori stanno nascendo, iniziano sperimentarsi un po' ovunque sul nostro pianeta, a volte sono solo accenni, solo embrioni di municipalismi libertari, a volte nascono dall'esigenza di difendere i propri territori dall'aggressione della macchina speculatrice del capitalismo finanziario. E' il caso qui in Italia, dei Movimenti che si aggregano e resistono ai progetti distruttivi delle così dette grandi opere: è il caso del Movimento NOTAV che sperimentando forme di democrazia partecipativa molto avanzate, partendo da differenze e provenienze culturali a volte molto marcate, riesce a resistere da oltre 20 anni in Valsusa al progetto dell'alta velocità.
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