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giovedì 19 ottobre 2023

COSPIRARE

«Cospirare» è un verbo eminentemente politico. Significa mettersi insieme, unire le proprie forze per abbattere un potere costituito. Verbo, non a caso, molto machiavelliano. «Cospirare» è un’azione e una volontà politiche che si costruiscono spesso nella penombra di incontri e accordi segreti. Nella etimologia della parola la dimensione politica del suo significato è, forse, ancora più densa, fin quasi a divenire cosmica: il latino «conspirare», composto di con- e «spirare» («respirare»), rinvia all’idea di un soffio vitale che diviene comune: precordi, pensieri, sussurri, l’aria stessa dei nostri polmoni, tutto quello che ci è intimamente proprio viene con-diviso. Si cospira quando riusciamo a ragionare, respirare, sentire insieme con altri – ieri sconosciuti, oggi amici, compagni – quasi allo stesso tempo, come in una danza fra animali costruttori. Non è necessario, tuttavia, fare. Anzi. Bisogna rendere improduttivo il fare per portarlo alla scomparsa. Direi che «cospirare» è un gesto destituente perché rende inservibile il gesto e l’oggetto che ne deriva. In questo senso, contro Machiavelli, non si tratta di cospirare in silenzio (per congiurare, assaltare e prendere il potere), ma di «cospirare il silenzio», cioè: concorrere «con molti, di lingue e terre diverse» a creare le situazioni affinché si produca il silenzio, si rinunci alla parola e al nome, si spengano le luci (del varietà, delle pubblicità, dello spettacolo), si disinneschino, insomma, i vari dispositivi del potere, lasciandolo vuoto, sospendendolo, «Lasciare sempre gli spazi vuoti, conservare sempre il soffio». Infine, in questa breve ricerca lessicale, «cospirare», nel linguaggio scientifico, si dice di linee, rette, forze, moti che tendono, convergono, si dirigono verso un medesimo punto.


L'IMPORTANZA DEL SESSO – Emma Goldman

Un giorno ricevetti un invito dai Kropotkin, e partii con Mary Isaak alla volta di Bromley. Questa volta c'erano anche la signora Kropotkin e Sasha, la figlioletta. Piotr e Sofia Grigorevna ci accolsero con affetto e cordialità e parlammo dell'America, delle attività del movimento in quel paese e della situazione in Inghilterra. Piotr era venuto negli Stati Uniti nel 1898, ma a quell'epoca io ero in viaggio, sulla costa occidentale, e non avevo potuto presenziare alle sue conferenze. Sapevo, tuttavia, che avevano riscosso un notevole successo e che Piotr aveva lasciato di sé un'ottima impressione. La partecipazione del pubblico era stata notevole e gli incassi erano serviti a rimettere in sesto Solidarity e a ridare vitalità al movimento. Piotr era particolarmente interessato al mio giro di conferenze nel Middle West e in California. «Devono essere zone eccellenti», osservò, «se hai potuto parlare nelle stesse località per tre volte di seguito». Confermai che lo erano e aggiunsi che gran parte del successo che avevo ottenuto in California era dovuto all'aiuto del gruppo di Free Society. «Stanno facendo un ottimo lavoro, infatti», concordò calorosamente Piotr. «Ma potrebbero fare molto di più, se solo non sprecassero tanto spazio per scrivere di sesso». Non ero d'accordo, e ingaggiammo una infuocata discussione sull'importanza che gli anarchici dovevano attribuire al problema del sesso. Secondo Piotr, l'uguaglianza della donne con l'uomo non aveva nulla a che vedere con il sesso; era solo questione di intelligenza e di cervello. «Quando la donna avrà un'intelligenza pari a quella dell'uomo, e ne condividerà le idee sociali, solo allora sarà ugualmente libera». Ci eravamo infervorati entrambi, e parlavamo in tono concitato. Sofia, che se ne stava silenziosa a cucire un vestitino per la figlia, cercò più volte di calmarci, ma invano. Percorrevamo la stanza a grandi passi, sempre più agitati e ciascuno strenuamente arroccato sulle sue posizioni. Alla fine, tagliai corto dicendo: «E va bene, caro compagno, quando avrò la tua età, forse, il problema del sesso non sarà più tanto importante per me. Ma adesso lo è, ed è enormemente importante per migliaia, addirittura per milioni di giovani». Piotr tacque di colpo, poi un sorriso divertito gli illuminò il viso dolce e buono. «E' curioso davvero», disse, «non ci avevo pensato. Dopo tutto, forse hai ragione tu». E mi guardò con affetto, ammiccando allegramente.


LA NECESSITÀ DI ESSERE CRITICI

Poiché la  marcia  verso l'annientamento  globale  prosegue, la società diventa più insalubre, perdiamo sempre più controllo sulle nostre vite e non riusciamo  a opporre una resistenza significativa alla cultura della morte, è indispensabile essere estremamente  critici nei  confronti dei  movimenti "rivoluzionari" del passato, delle lotte attuali e dei nostri stessi progetti. Non possiamo  ripetere in eterno gli errori del passato o rimanere ciechi davanti  alle nostre     manchevolezze. Il movimento ambientalista radicale è pieno zeppo di azioni simboliche e campagne su singoli problemi  e l'ambiente anarchico  è  infestato da tendenze "di sinistra" e liberali. Entrambi continuano a discutere proposte "attiviste" per lo più insignificanti e raramente tentano di valutare oggettivamente  la loro (in)efficacia. Spesso sono il senso di colpa e lo spirito di sacrificio, anziché il desiderio  di liberazione e  libertà, a guidare questi  buoni samaritani sociali, mentre procedono lungo il corso tracciato dai fallimenti  che  li hanno preceduti. La Sinistra è una piaga purulenta  sul culo dell'umanità, gli ambientalisti non sono riusciti a preservare nemmeno una frazione delle aree selvagge e gli  anarchici raramente hanno qualcosa di stimolante da dire, tanto meno da fare. Alcuni potrebbero sostenere che la critica è negativa  perché "crea divisioni", ma qualsiasi prospettiva veramente radicale   comprenderebbe la  necessità dell'analisi critica per cambiare le nostre vite e il mondo in cui abitiamo. A nulla approdano coloro che desiderano soffocare ogni dibattito fino a "dopo la rivoluzione", limitare qualsiasi discussione a chiacchiere vaghe  e insignificanti e reprimere le critiche sulla strategia, le tattiche o le idee, e possono solo  tenerci a freno. Un aspetto essenziale di qualsiasi prospettiva anarchica radicale deve essere la necessità di mettere tutto in discussione, comprese le nostre idee, i nostri progetti e le nostre azioni. 


giovedì 12 ottobre 2023

MANCATA PROSTITUTA - Emma Goldman

Mi svegliai il mattino seguente sapendo esattamente come avrei trovato i soldi per Sasha. Mi sarei prostituita. Mi stupii di una simile idea e la ricollegai al romanzo di Dostojevskj, «Delitto e castigo», che mi aveva profondamente colpita. Ero rimasta impressionata soprattutto dal personaggio di Sonja, la figlia di Marmeladov che era diventata una prostituta per mantenere i fratellini e le sorelline e per alleviare le sofferenze della matrigna tisica. Vidi come in sogno Sonja, sdraiata nel suo lettuccio, con la faccia rivolta al muro e le spalle tremanti. Avrei seguito più o meno la sua strada. Sonja, quella ragazza così sensibile, aveva potuto vendere il proprio corpo; perché non avrei dovuto farlo anch'io? La mia causa era ancor più grande della sua: era Sasha - il suo grande gesto - il popolo. Ma sarei stata capace di farlo, di andare con un estraneo - per soldi? Il solo pensiero mi diede il voltastomaco. Affondai la testa nel cuscino per non vedere la luce. «Debole, codarda», mi disse una voce interiore. «Sasha sta per offrire la vita e tu esiti a dare il tuo corpo, miserabile vigliacca!». Mi ci vollero parecchie ore per riprendere il controllo di me stessa. Quando mi alzai dal letto ero decisa. Il problema principale era adesso quello di essere sufficientemente attraente agli occhi di un uomo che cerca avventure con ragazze di strada. Mi guardai allo specchio e esaminai il mio corpo. Il viso era un po' affaticato, ma avevo una bella carnagione. Avrei potuto fare a meno di truccarmi e i miei capelli ondulati e biondi si intonavano molto bene agli occhi azzurri. Pensavo di essere un po' troppo larga di fianchi, per la mia età; avevo appena ventitré anni. Ma in fondo ero di origine ebraica. Inoltre, avrei indossato un corsetto e con i tacchi alti avrei potuto sembrare più slanciata (non avevo mai indossato niente del genere prima). Corsetto, scarpette con tacchi alti, biancheria intima raffinata - dove avrei trovato il denaro per tutto ciò? Avevo un vestito di lino bianco con ricami alla moda del Caucaso. Avrei comperato della stoffa leggera color carne e mi sarei cucita da sola la biancheria. Sapevo di un negozio in Grand Street che aveva dei buoni prezzi. Mi vestii in fretta e andai dalla cameriera di casa, che aveva simpatia per me, e mi feci prestare cinque dollari. La donna me li diede senza far domande. Uscii a fare acquisti e quando tornai a casa mi chiusi in camera. Non volevo vedere nessuno. Ero molto indaffarata a preparare il mio corredo e a pensare a Sasha. Che cosa avrebbe detto? Sarebbe stato d'accordo? Sì, ne ero sicura. Aveva sempre affermato che il fine giustificava i
mezzi, che il vero rivoluzionario non doveva mai indietreggiare di fronte a tutto ciò che potesse servire alla Causa. Sabato sera, 16 luglio 1892, camminavo avanti e indietro per la 14ma Strada ed ero una delle tante ragazze che così spesso avevo visto praticare il mestiere. All'inizio non mi sentivo nervosa, ma quando feci caso agli uomini che passavano, alle allusioni volgari, al loro modo di abbordare le ragazze, provai una stretta al cuore. Avrei voluto fuggire, tornare nella mia stanza, levarmi di dosso quegli abiti vistosi e a buon mercato, lavarmi. Ma una voce mi diceva all'orecchio: «Devi resistere; Sasha - il suo gesto - tutto è perduto se fallisci!». Continuavo a passeggiare, ma qualcosa più forte di me mi faceva affrettare il passo ogni volta che mi si avvicinava un uomo. Uno di loro fu particolarmente insistente e io scappai via. Verso le undici ero completamente esausta. I piedi mi dolevano per via dei tacchi alti, la testa mi faceva male ed ero sul punto di scoppiare in lacrime per la fatica e il disgusto, per l'incapacità di decidermi a realizzare ciò che mi ero prefissa. Feci uno sforzo. Mi fermai all'angolo tra la 14ma Strada e la Quarta Avenue, vicino alla banca, e decisi che sarei andata con il primo uomo che mi avesse invitata. Un tipo alto, distinto e ben vestito, si avvicinò: «Vuoi bere qualcosa, ragazzina?» disse. Aveva i capelli bianchi, era sulla sessantina, ma aveva il viso rubicondo. Risposi: «Va bene». Mi prese sotto braccio e mi condusse in una vineria di Union Square, dove spesso ero stata con Most. Quasi urlai: «Non lì, per favore, non lì». Lo accompagnai all'ingresso posteriore di un locale tra la 13ma Strada e la Terza Avenue. C'ero stata una volta di pomeriggio a bere una birra ed era un posto pulito e tranquillo. Quella sera il bar era molto affollato e trovammo a stento un tavolo. L'uomo ordinò da bere. Avevo la gola secca e chiesi un grande bicchiere di birra. Nessuno dei due parlava. Ero consapevole che l'uomo mi stava scrutando il viso e il corpo e sentivo crescere dentro di me il risentimento. Subito l'uomo chiese: «Sei nuova del mestiere, vero?». «Sì, è la prima volta - ma come ve ne siete accorto?». Rispose: «Ti ho guardata quando mi sei passata davanti». Poi mi disse di aver notato la mia espressione tormentata e che acceleravo il passo quando mi si avvicinava un uomo. Aveva capito che ero inesperta. Qualsiasi fosse stata la ragione che mi aveva spinta sul marciapiede, aveva capito che non era certo per facilità di costumi o per amore dell'avventura. Dissi senza riflettere: «Ma migliaia di ragazze lo fanno per necessità economiche». Mi guardò sorpreso: «Dove l'hai presa questa grinta?». Avrei voluto dirgli tutto sulla questione sociale, sulle mie idee, su chi e che cosa fossi, ma mi trattenni. Non dovevo rivelare la mia identità; sarebbe stato troppo pericoloso se avessero saputo che Emma Goldman, l'anarchica, era stata trovata ad adescare uomini nella 14ma Strada. Che notizia succulenta sarebbe stata per la stampa! Disse che non lo interessavano i problemi economici e non gli importavano le ragioni delle mie azioni. Voleva solamente dirmi che non si ricavava nulla dalla prostituzione se non ci si era portate. E continuò: «Tu non ci sei portata, ecco tutto». Tirò fuori un biglietto da dieci dollari e me lo mise davanti. «Prendi questi soldi e va' a casa», mi disse. «Ma perché mi date del denaro se non volete che venga con voi?» chiesi. «Beh, giusto per coprire le spese sostenute per agghindarti in quel modo», replicò. «Il tuo vestito è molto carino, anche se non va con quelle scarpe e quelle calze da quattro soldi». Rimasi senza parole per lo stupore.



Stavo inventando la vita

Ci si sente come rovesciati e ribaltati dall’altro lato delle cose e non si capisce più il mondo che si è appena lasciato. Dico: ribaltati dall’altro lato delle cose, e come se una forza terribile vi avesse dato la possibilità d’essere restituiti a ciò che sta dall’altro lato. Non si avverte più il corpo che si è lasciato e che vi garantiva nei suoi limiti, in cambio ci si sente molto più felici d’appartenere all’illimitato che a se stessi, perché si capisce che ciò che era noi ci è giunto dalla testa di questo illimitato, l’infinito, e che lo vedremo. Ci sentiamo in una sorta di onda gassosa e che emette da ogni parte un crepitio incessante. Sostanze uscite da qualcosa che po-trebbe essere la vostra milza, il fegato, il cuore o i polmoni si sprigionano incessantemente e scoppiano in questa atmosfera incetta fra il gas e l'acqua, ma che sembra richiamare a sé le cose e ordinar loro di riunirsi. [...] E tutta la serie di lubrichi fantasmi proiettati dall’inconscio non possono più ostacolare il soffio vero dell'UOMO, per il fatto stesso che il Peyote è l'UOMO non già nato, ma INNATO, e con lui la conoscenza atavica e personale è interamente animata e dispiegarsi. Lei sa ciò che è buono per lei e ciò che non le serve a nulla: e quindi i pensieri e i sentimenti che può accogliere senza pericolo e con profitto, e quelli che sono nefasti per l'esercizio della sua libertà. Sa soprattutto fin dove arriva il suo essere, e ?n dove non è ancora arrivata. NON SI HA IL DIRITTO Di ANDARE SENZA PRECIPITARE NELL’IRREALTÀ, IL NON-FATTO, IL NON-PREPARATO. (Antonin Artaud1936)


Dichiarazione - Georges Moustaki

Io dichiaro lo stato di felicità permanente

E il diritto di ciascuno ad ogni privilegio

Dico che il dolore è cosa sacrilega

Quando c’è abbondanza di rose e di pane


Io contesto la legittimità delle guerre

La giustizia che uccide, la morte che punisce

Le coscienze che dormono rimboccate a letto

La civilizzazione portata dai mercenari


Guardo morire questo secolo vecchio

Un mondo diverso nascerà dalle sue ceneri

Ma non basta più solamente aspettare

Ho aspettato già troppo, lo voglio ora


Che la mia donna sia bella ogni ora del giorno

Senza doversi nascondere nel fard

Che nessuno mi obblighi a rimandare a più tardi

La voglia che ho adesso di fare l’amore


Che i nostri figli siano uomini e non adulti

E che siano quello che volevamo essere

Che ci siano fratelli, compagni e complici

E non due generazioni che s’insultano


Che i nostri padri alla fine si emancipino

E che trovino il tempo di carezzare le loro donne

Dopo tutta una vita di sudore e di pianto

E due «dopoguerra» che non erano «la pace»


Io dichiaro lo stato di felicità permanente

Non per mettere parole assieme alla musica

Senza dove aspettare tempi messianici

Senza che sia votato in alcun parlamento


Io dico che è tempo di essere responsabili

Senza rendere conto a niente e a nessuno

Per trasformare il caso in destino

Soli a bordo, senza padroni, senza dio e senza diavolo.


E se vuoi venire passa la passerella

C’è posto per tutti e per ognuno

Dobbiamo ancora fare tanta strada

Per andare a veder brillare una nuova stella


Io dichiaro lo stato di felicità permanente.


giovedì 5 ottobre 2023

SUKEBAN

Il termine sukeban deriva dall'unione delle parole suke (ragazza) e banchò (capo) e se all'inizio si riferiva solamente alle leader delle gang, ha poi iniziato a rappresentarle in senso globale, soprattutto presso i mass media. Quando si parla di sukeban si indica un fenomeno di delinquenza giovanile con protagoniste sole ragazze che ebbe la sua origine negli anni Sessanta. Quelle che dapprima si presentavano come gang scolastiche ribelli in conflitto con le norme scolastiche particolarmente restrittive, in seguito si trasformarono in gruppi di maggiore rilevanza sociale coinvolti in atti criminali che non potevano essere ignorati, e che mobilitarono forze di polizia ed istituzioni. In ambito sociale, il termine comincio ad essere utilizzato negli anni Sessanta per definire i membri di una banda criminale femminile (l'equivalente di banchò utilizzato per identificare i membri delle gang maschili), e usato per identificarne sia il capo, sia, in seguito i membri di una gang in generale. Nel corso degli anni Sessanta, la criminalità giovanile femminile (con annessi episodi di aggressioni di gruppo, taccheggio, e linciaggio), aumento a livelli esponenziali raggiungendo l'apice piu alto del periodo postbellico, con un tasso corrispondente a meno del
10% nel 1965 che sali nel corso degli anni Settanta fino a raggiungere il 19% nel 1981. Fumare nei bagni della scuola fu uno dei primi segni di delinquenza a diffondersi fra le ragazze, ma ben presto le gang cominciarono a proliferare con l'efficacia di un virus e a costruire la propria gerarchia degna di una vera banda criminale. Il fenomeno sukeban raggiunse una popolarità talmente elevata da toccare una quota di ventimila membri. Una delle piu pericolose sukeban mai esistite: K-Ko The Razor, leader a capo di una gang di cinquanta ragazze. Il nome di K-Ko the Razor derivava dalla scelta della sua arma personale, un rasoio, per l'appunto, e divento una leggenda. Le sukeban furono una vera e propria anomalia nella cultura criminale sessista e maschilista giapponese: nella yakuza infatti la componente femminile è praticamente inesistente e quelle poche presenti non hanno alcuna autorità. Ma gli anni '70 furono la culla di femminismo e di idee liberali, quindi anche le donne si sentirono libere di essere promiscue, ardimentose e violente come gli uomini. Le ragazze volevano dimostrare che la femminilità e la forza non si escludevano a vicenda e per questo portavano con orgoglio l'uniforme scolastica alla marinaretta, la classica "fuku" però modificata. La gonna divenne insolitamente lunga, in segno di protesta contro il ritratto sessualizzato delle adolescenti che andava all'epoca per la maggiore; era uno strumento di protezione con cui le ragazze dichiaravano che la loro esistenza non era legata ai desideri degli uomini. I mocassini furono sostituiti dalle sneakers Converse; la camicia a volte era tagliata per esporre l'ombelico, un fazzoletto da marinaio era annodato sotto il collo e i calzini erano colorati e morbidi. Il trucco poteva esserci ma le sopracciglia dovevano essere sottilissime e i capelli erano vistosi, colorati oppure con la permanente. E sotto a tutto questo, le sukeban nascondevano rasoi e catene. E anche dopo aver finito il liceo, continuavano a proclamare l'appartenenza al loro stato di sukeban ricamando rose e messaggi anarchici sulla stoffa, prendendo ispirazione dal movimento punk britannico.