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giovedì 30 gennaio 2014

Disertare per un nuovo mondo possibile

Un nuovo mondo non è solo possibile, è ormai necessario, se non si vuole naufragare con la zattera produttivistica che la peste economica sta facendo affondare.
Questo nuovo mondo non chiede di essere inventato dal nulla; esso è già iscritto nel corpo materiale di ognuno; è immaginato, sognato, sfiorato e goduto ogni volta che un individuo riconosce la volontà di vivere che anima fin dal primo istinto di sopravvivenza ogni corpo in funzione. Di questo è fatta la nostra vera identità psicogeografica.
Una tale volontà di vivere rimonta spontaneamente dall’intimità della natura biologica fino alla coscienza perché il naturale, vergognosamente negato, finisce sempre per tornare al galoppo, semplice come la respirazione, ogni volta che si abbandonano i ruoli per attivarsi a vivere, che si cerca il godimento nel proprio fare, invece di lavorare per il denaro e per il potere.
Evadere dalla prigione sociale che ci si è lasciati cucire addosso, complici involontari di un alienazione scientificamente coltivata, significa, insomma, dedicarsi all’esplorazione del mondo reale, degli altri e di se stessi, risvegliati, infine, dall’ipnosi spettacolare di un soggetto prigioniero del sacrificio di sé e dei godimenti alienati che dissimulano l’impotenza orgastica sotto spessi strati di narcisismo.
La società mercantile – spettacolare non teme nessun estremismo militante né verbale né pratico, si ritrova, invece, assolutamente indifesa, nuda come il re della favola, di fronte alla diserzione progressiva dei suoi salariati.
La società dominante s’inquieta con ragione del crescere del numero di coloro che cominciano a cercare delle aperture psicogeografiche nella loro vita quotidiana perché sa bene che meno di un dieci per cento di disertori decisi significherebbe la fine ineluttabile del business assurdo che un’armata Brancaleone di ricchi o poveri, ma tutti attaccati alle loro carte di credito come a una boa di salvataggio, fa marciare.

LE DESERTEUR di Boris Vian

Signor Presidente, 
le scrivo una lettera
che leggerà, forse,
se avrà il tempo di farlo.
Ho appena ricevuto 
i documenti militari
per partire in guerra
entro mercoledì sera.
Signor Presidente,
io non voglio farla
io non sono sulla terra 
per ammazzar povera gente.
Non è certo per contrariarla, 
ma devo dirle
che ho preso la mia decisione:
sarò disertore.
Da quando sono nato,
ho visto morire mio padre
ho visto partire i miei fratelli
e piangere i miei figli.
Mia madre ha sofferto tanto,
che è già nella tomba.
Se ne frega delle bombe lei,
se ne frega anche dei vermi.
Quando’ero prigioniero 
hanno rubato mia moglie,
mi hanno rubato l’anima 
e tutto il mio caro passato.
Domani di buon mattino
chiuderò la mia porta
in faccia agli anni morti: 
me ne andrò in cammino.
Mendicherò la mia vita 
sulle strade di Francia
dalla Bretagna alla Provenza 
e dirò alla gente:
rifiutate di obbedire,
rifiutate di farla
non andate in guerra, 
rifiutate di partire.
Se bisogna dare il proprio sangue
ma vada lei a dare il suo,
lei, così buon apostolo,
signor Presidente.
Se mi persegue
avverta le sue guardie
che non avrò armi
e che potranno sparare.

IL DUBBIO RADICALE


Il dubbio radicale è, al tempo stesso, svelare e scoprire; è il sorgere della consapevolezza del fatto che l'Imperatore è nudo e che i suoi splendidi vestiti non sono altro che il prodotto della nostra fantasia.
Il dubbio radicale significa mettere in questione; non significa necessariamente negare. E' facile negare mediante la semplicistica affermazione del contrario di ciò che esiste; il dubbio radicale è dialettico dal momento che in esso si svela il processo delle contraddizioni e con esso si tende ad una nuova sintesi che nega e afferma contemporaneamente.
Il dubbio radicale è un processo, un processo di liberazione da concezioni idolatriche, un modo di ampliare la nostra consapevolezza, l'immaginazione, la visione creativa che dobbiamo avere in ordine alle nostre possibilità ed alle scelte che ci impegnano.
Un atteggiamento radicale non nasce dal nulla, non prende forma nel vuoto: esso parte dalle radici, e la radice è l'uomo.
Questa grande affermazione, "la radice è l'uomo", non va intesa in senso positivistico o meramente descrittivo: quando parliamo dell'uomo non lo consideriamo come una cosa, ma come un processo; parliamo, quindi, del suo potenziale creativo, della sua capacità di sviluppare ogni suo potere, il potere d'una più grande intensità di essere, il potere di una più grande armonia di vita, d'un più grande amore, d'una più grande consapevolezza. Ma parliamo anche dell'uomo come di un essere che si può corrompere, di un essere il cui potere di agire si può trasformare nella libidine di dominare sugli altri, il cui amore per la vita può degenerare nel gusto folle di distruggere la vita.
Questo radicalismo umanistico che mette in discussione drasticamente la realtà è guidato da una chiara intuizione della dinamica della natura umana e dalla preoccupazione per la crescita e il pieno sviluppo dell'uomo. In antitesi con l'attuale concezione positivistica.
Tutto ciò significa che il radicalismo umanistico interroga ogni idea ed ogni istituzione su di un punto essenziale, quello cioè di sapere se essa aiuti oppure ostacoli la capacità dell'uomo di raggiungere una maggiore pienezza di vita, una maggiore felicità.  Per quanto mi riguarda vorrei sottolineare appena un poco il moderno concetto di progresso, inteso come un costante aumento della produzione, del consumo, della velocità, dei livelli massimi di efficienza e di profitto, e della possibilità di calcolare ogni attività in termini economici senza alcuna considerazione degli effetti che ne derivano per la qualità della vita e della crescita dell'uomo; oppure il dogma secondo cui l'aumento dei consumi renderebbe l'uomo felice, o quello per cui l'organizzazione imprenditoriale su larga scala deve necessariamente essere burocratica ed alienante, o la concezione che ripone lo scopo della vita nell'avere (e nell'usare) e non nell'essere.

giovedì 23 gennaio 2014

LIBERARE LO SPAZIO URBANO

Nonostante la sua necessità di annullare lo spazio, il capitale non può di fatto materialmente riuscirci del tutto e nello scarto prodotto dal contrasto tra questa volontà e la realtà fisica delle città si aprono spazi imprevisti che offrono alle persone possibilità di infiltrarsi, appropriarsi e vivere diversamente dei luoghi, creare delle situazioni.
A distanza di cinquant’anni, nonostante i quartieri e le sue forme di socialità siano irrimediabilmente scomparsi, le pratiche anti-utilitarie proposte dai situazionisti restano realizzabili e valide: utilizzare in modo creativo e ludico lo spazio-tempo sociale, riappropriarsi di spazi abbandonati per praticare forme di autogestione, ricostruire forme di solidarietà e di socialità, sono tutte forme di lotta non solo sempre possibili ma che dimostrano di attrarre le persone che non si rassegnano all’impotenza.
Gli orti urbani, nati negli anni Settanta e in continua espansione, sono un esempio concreto, semplice quanto significativo, di questa attitudine di riappropriazione della città. I situazionisti avevano suggerito che solo da un progetto di autocostruzione e autogestione di esperienze condivise può svilupparsi una possibilità di resistenza e ribaltamento della cappa totalitaria del dominio dell’economia. Oggi più che mai questo bivio è evidente.
Di fronte allo spettro delle barbarie, la rabbia nichilista che non riesce a nutrirsi di un progetto costruttivo, risulta sterile. 
Contemporaneamente molte lotte portate avanti da schiere di volenterosi militanti ci suggeriscono che il richiamo all’etica e la mobilitazione dell’indignazione degli altri contro le peggiori nefandezze e nocività di questo sistema di morte non bastano. E il discrimine tra una lotta partecipata e una autoreferenziale non passa da questioni annose, come la falsa alternativa pacifismo o uso della violenza, ma dal coinvolgimento o meno delle persone in questioni che sentono riguardare da vicino il qualitativo del loro quotidiano.
Per questi motivi, a chi osserva e vuole influenzare i mutamenti in atto, il creare forme di vita ed esperienze condivise, così come l’inventare un nuovo immaginario e nuovi desideri, non appariranno slogan di una rivoluzione utopistica del passato, ma i possibili nodi di svolta per un’ipotesi concreta di una trasformazione dell’esistente, che risulta più necessaria e urgente che mai.   

E RIMANGO QUI di Pier Felice Stefano Castrale

e rimango qui
ad aspirare lento
questo tabacco che brucia piano
aspettando un riporto lieve
quieto
il gusto dell'alcool è aspro al primo assaggio
poi - sentore di more.










1966 – 1967 CAMBIA IL VENTO

A metà anni sessanta, in un’Italia ancora molto provinciale e tradizionalista, appena uscita da un dopoguerra disastroso e dalla “ricostruzione”, ove sussistono ampie sacche arretrate in cui attingere manodopera per le grandi industrie del Nord concentrate nel triangolo economico (Milano – Torino – Genova); in un’Italia che vede accelerare l’abbandono delle campagne e la concentrazione urbana in un vorticoso incremento produttivo e consumistico; in un’Italia che, nonostante il cosidetto “boom economico” rimane provinciale e tradizionalista, si fa strada un nuovo soggetto sociale: i giovani: Figli di operai cottimisti, che abitano i quartieri popolari appositamente costruiti ai margini delle città, che, a differenza di molti loro padri, hanno potuto studiare. Ma anche figli della borghesia, piccola, media e alta. Un soggetto sociale che desta non poche preoccupazioni in quanto prende di mira qualsiasi atteggiamento autoritario, fondante l’assetto e l’ordinamento sociale esistente. Molti di loro sanno ciò che sta accadendo altrove, fuori dai ristretti confini della penisola. La Beat Generation e gli Yippie statunitensi, il Pop inglese, il movimento Provos in Olanda non sono lontane chimere e i loro echi giungono forti a una generazione che vuole essere libera di pensare fuori da convenzioni, da tradizioni e da qualsiasi schema precostituito; che vuole vestirsi come gli pare e portare i capelli lunghi; che odia la guerra e vuole un mondo senza armi, senza divise, senza confini; che sogna un mondo nuovo dove imperino solo la pace e la fratellanza universale; che rivendica la libera unione senza matrimonio, la libertà sessuale e la pillola anticoncezionale; che pratica fin da subito la contestazione antiautoritaria, contestando, innanzitutto, l’autorità paterna, quindi l’autoritarismo nella scuola, della gerarchia ecclesiastica, dell’istituzione militare e l’autorità statale in genere.
Pacifista e non violento, il nuovo soggetto sociale, il giovane, come un torrente in piena, lacera le certezze del corpo sociale, le sue convinzioni, le sue istituzioni, quella familiare soprattutto. Ciò provoca rotture insanabili sul piano generazionale, sociale e politico.
I temi, le idee, le aspirazioni e le forme di lotta rivendicate e propugnate sono riconducibili, fondamentalmente, al pensiero sociale libertario, a quel corso di idee e movimenti, come direbbe Woodcock, che è l’Anarchia.    

giovedì 16 gennaio 2014

Che crepi questo mondo!!! di Albert Libertad

E' il nuovo anno! La voce chiara del ragazzo e la voce spezzata del vecchio intonano la stessa ballata: la ballata dei voti e degli auguri. L'operaio al suo padrone, il debitore al suo creditore, l'inquilino al suo proprietario, ripetono lo stesso ritornello del buono e felice anno. Bisogna che si rida! Bisogna che ci si diverta. Che tutti i volti assumano un atteggiamento di festa. Che tutte le labbra lascino sfuggire i migliori auguri. Che su tutte le facce si disegni il ghigno della gioia. È il giorno della menzogna ufficiale, dell'ipocrisia sociale, della carità farisaica, dell'imbroglio e del falso.
I volti si illuminano e le case si rischiarano! E lo stomaco è nero e la casa è vuota. Tutto è apparato, tutto è apparenza, tutto è artificiale, tutto è inganno! La mano che stringe la vostra è un artiglio o una zampa. Il sorriso che vi accoglie è un ghigno o una smorfia. L'augurio che vi riceve è una bestemmia o una beffa.
Si sente l'eco che rimanda la voce del cannone e che ripete il fischio della fabbrica. La mitraglia fuma ancora e ancora la caldaia lascia sfuggire il vapore. L'ambulanza trabocca di feriti e l'ospedale rifiuta i malati. La granata ha aperto questo ventre e la macchina ha tagliato questo braccio.
La bandiera bianca sventola: è l'armistizio, la tregua, per un'ora e per un giorno, le mani si tendono, i visi si sorridono, le labbra balbettano parole d'amicizia: sogghigni d'ipocrisia e di menzogne.
Lunga vita a te, proprietario, che mi getterai sul selciato della città senza preoccuparti del freddo e della pioggia!
Lunga vita a te, padrone, che mi hai sottratto questi ultimi giorni, perchè il mio corpo era indebolito dopo la dura malattia che ho contratto al tuo servizio!
Lunga vita, lunga vita a voi tutti, panettieri, droghieri, bottegai, che tenevate in pugno la mia povertà con i vostri vergognosi balzelli e che facevate commercio di ogni mio bisogno, di ogni mio desiderio!
E lunga vita e buona salute a tutti, maschi e femmine fiaccati dalla civiltà: buon anno a te, operaio onesto; a te, ruffiano regolare; a te, registrato nei libri della questura; a voi tutti di cui ogni atto, ogni passo, è un atto e un passo contro la mia libertà, contro la mia individualità!
AH! AH! Lunga vita e buona salute!
Volete degli auguri, eccoveli. 

Che crepi il proprietario che possiede il posto dove distendo le mie membra e che mi vende l'aria che respiro!
Che crepi il padrone che, per lunghe ore, fa passare l'aratro delle sue esigenze sul campo del mio corpo!
Che crepino questi lupi famelici che riscuotono la decima sul mio sonno, sul mio riposo, sui miei bisogni, ingannando il mio spirito e avvelenando il mio corpo!
Che crepino i catalogati di tutti i sessi con i desideri umani che si soddisfano solo con promesse, fedeltà, denaro e insulsaggini!
Che crepi l'ufficiale che ordina l'assassinio e il soldato che gli ubbidisce; che crepino il deputato che fa la legge e l'elettore che fa il deputato!
Che crepi il ricco che si accaparra una così larga fetta del bottino sociale, ma crepi soprattutto l'imbecille che gli prepara il pastone.
Guardatevi dunque attorno. Sentite più viva che mai la menzogna sociale. Il più ingenuo di voi riconosce ovunque l'ipocrisia vischiosa dei rapporti sociali. La falsità appare ad ogni passo. Questo giorno, è la ripetizione di ogni altro giorno dell'anno. La vita odierna non è fatta che di menzogne e di artifici. I poveri ciondolano dal sorriso della custode al ghigno della bettola e i ricchi dall'ossequità del lacchè alle lusinghe della cortigiana. Facce glabre e maschere di gioia.
Perchè noi si possa un giorno cantare la vita in piena naturalezza, bisogna che crepi il vecchio mondo con la sua ipocrisia, la sua morale, i suoi pregiudizi che avvelenano l'aria e impediscono di respirare. Che si faccia un Capodanno in cui non si faranno voti e auguri bugiardi, ma in cui, al contrario, si getterà il proprio pensiero in faccia a tutti.
La Proprietà, la Patria, gli Dei, l'Onore saranno scaraventati nella fogna assieme a coloro che vivono di questi fetori.
che crepi questo vecchio mondo!

[l'anarchie, n. 90, dicembre 1906]