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giovedì 13 aprile 2023

La geografia sociale – Eliseo Reclus

Per la nostra epoca di acuta crisi, in cui il vortice dell’evoluzione diviene talmente rapido che l’uomo, colto da vertigine, cerca nuovi punti d’appoggio per orientare la sua vita, per questa società profondamente scossa, lo studio della storia è tanto più prezioso quanto più il suo dominio, incessantemente accresciuto, offre una serie d’esempi sempre più ricchi e vari. Il susseguirsi delle età diviene per noi una grande scuola i cui insegnamenti, una volta classificati, finiscono per raggrupparsi in alcune leggi fondamentali. Una prima categoria d’avvenimenti che lo studio della storia mette in evidenza ci mostra come, per effetto di uno sviluppo ineguale presso gli individui e le società, tutte le collettività umane – eccettuate le popolazioni rimaste al primitivo naturismo – si dividono al loro interno in classi e caste dagli interessi non solo differenti ma opposti, che risultano dichiaratamente nemiche in periodi di crisi. Questo è, sotto mille forme, l’insieme dei fatti che si osserva in tutte le regioni dell’universo, pur con la diversità infinita dettata dai luoghi e dai climi e dalla matassa sempre più intricata degli avvenimenti. Il secondo fatto generale, conseguenza necessaria della divisione dei corpi sociali, è che l’equilibrio spezzato fra individuo e individuo, fra classe e classe, tende a bilanciarsi costantemente attorno al suo asse di riposo; la violazione della giustizia grida sempre vendetta. Da qui derivano incessanti oscillazioni: chi comanda cerca di rimanere padrone, mentre l’asservito prima compie ogni sforzo per conquistare la libertà poi, trascinato dall’energia dello slancio, tenta di ricostituire il potere a suo profitto. Così guerre civili, complicate da guerre contro popoli stranieri, di annientamento e distruzione, si succedono in un groviglio continuo secondo la spinta dei rispettivi elementi in lotta. O gli oppressori si sottomettono, estinta la loro forza di resistenza, e muoiono lentamente spenta la forza vitale dell’iniziativa, o è la rivendicazione degli uomini liberi che vince. Possono così riconoscersi, nel caos degli eventi, reali rivoluzioni – cioè cambiamenti di regime politico, sociale ed economico – frutto di una comprensione più chiara delle condizioni dell’ambiente e di più energiche iniziative individuali. Un terzo gruppo di fatti, infine, legato allo studio dell’uomo in tutti i tempi e in tutti i paesi, dimostra che nessuna evoluzione nell’esistenza dei popoli può compiersi se non grazie allo sforzo individuale. È nella persona umana, elemento primario della società, che bisogna cercare la spinta propulsiva dell’ambiente, destinata a tradursi in azioni volontarie volte a diffondere idee ed opere tali da modificare la vita delle nazioni, il cui equilibrio appare instabile solo per il disturbo arrecato dalle aperte manifestazioni degli individui. La società libera si riconosce dallo sviluppo dato ad ogni persona umana – cellula prima fondamentale destinata poi ad aggregarsi ed associarsi a suo piacimento con le altre cellule di un’umanità in continua trasformazione. È in proporzione diretta a questa libertà e a questo sviluppo iniziale dell’individuo che le società guadagnano in valore e nobiltà: è dall’uomo che nasce la volontà creatrice che costruisce e ricostruisce il mondo. La «lotta di classe», la ricerca dell’equilibrio e la sovrana decisione dell’individuo, sono questi i tre ordini di fatti che ci rivela lo studio della geografia sociale e che, nel caos degli avvenimenti, si mostrano abbastanza costanti per poter prendere il nome di «leggi». È già molto riconoscerle e dirigere in base ad esse la condotta e la parte d’azione che spetta a ciascuno nella gestione comune della società, in armonia con le influenze dell’ambiente, note e ormai scrutate. È l’osservazione della Terra che ci spiega gli avvenimenti della Storia e questa a sua volta ci riporta verso uno studio più approfondito del pianeta, verso una solidarietà più cosciente del nostro individuo, così piccolo e cosi grande, con l’universo immenso.


Glad to See You Go - Ramones

Sto per prendere una decisione su di lei, 

una pallottola in canna e, 

in un momento di passione, 

sarò famoso come Charles Manson 

Sorriderò, sghignazzerò, 

tu ti farai un bel bagnetto di sangue 

e, dopo un momento di passione, 

avrò la gloria di Charles Manson 

Te ne andrai, vai, vai,... ciao! 

Sono felice che te ne vai, vai... ciao! 

Adesso so quanto vali, 

non mi servi più. 

Non ti voglio perché sei una scocciatura... 

Ho bisogno di una buona, 

ho bisogno di un miracolo 

Devo prendere una decisione  riguardo a quella? 

Una pallottola in canna. 

Sto ridendo, sto sghignazzando 

Mi chiederanno l'autografo, 

dopo un momento di passione 

avrò la gloria di Charles Manson. 

Devi andartene! vai, vai, vai... ciao! 

Felice di vederti scomparire... 

vai, vai, vai,... ciao! 



La pratica delle rivolte - San Vittore 1969

 

Cronaca della rivolta di San Vittore. 

Milano, sabato 12 aprile 1969. Incontro tra il procuratore della repubblica e i rappresentanti dei detenuti. Nei giorni precedenti, per due volte i detenuti non entrano in cella dopo l’aria: si protesta contro i buglioli, le bocche di lupo e il letto di contenzione; contro il codice penale fascista; contro la carcerazione preventiva. Il procuratore promette i servizi igienici e più colloqui coi parenti. Dice no all’abolizione della censura sulla posta, alle licenze extra, alla riduzione delle pene (non dipendono da lui, si sa). Le notizie da Torino e da Marassi (Genova) fanno esplodere il quinto raggio (ore sedici di lunedì 14). La parola d’ordine: riforma dei codici, rispetto dell’uomo. Alle sedici e trenta tutto il carcere è in rivolta, in mano ai detenuti. La Tv si affretta a mostrare lo spettacolo a tutti gli italiani: attorno alle mura i Ps con elmi e fucili; in alto, aggrappati alle sbarre, i rivoltosi gridano slogan alla gente sulla strada. Alle ventidue, duemila tra Ps e Cc circondano San Vittore: la battaglia è iniziata; la forza pubblica entra in carcere, tegole, inferriate e sassi lanciano i detenuti; raffiche di mitra, colpi di pistola, centinaia di bombe-gas la polizia. Fiamme dappertutto, la battaglia dura quindici ore. In piazza Filangieri, davanti a San Vittore, dalle finestre del Beccaria (minorile) piovono bicchieri, piatti, panini e cartelli: «siamo tutti uniti con voi!», «sciopero della fame», «giù le mani dai minorenni», «la morte viene data troppo spesso». Decine e decine di feriti, cento persone gravemente ferite tra cui una trentina di agenti. Le guardie prese in ostaggio sono liberate sane e salve. Alle sette del mattino di martedì 15 aprile la resa definitiva: su San Vittore è issata una bandiera bianca. I detenuti con le mani in alto contro il muro sotto il tiro dei mitra, detenuti incatenati subito trasferiti in altre carceri, poliziotti in barella: il carcere quasi completamente distrutto, il folto pubblico benpensante del «Corriere» e della Tv abbandona lieto ed eccitato il campo di battaglia: lo spettacolo è finito, i «nostri» sono arrivati (da Padova, Gorizia, Bolzano, Bologna) «celeri», la virtù ha trionfato, i sonni possono essere di nuovo tranquilli. [Documento detenuti carcere di Milano]


giovedì 6 aprile 2023

Reclus gli anarchici e i marxisti – parte II°

Il marxista che studiò di più Reclus fu Giorgio Plechanov nell'articolo in russo E. Reclus teorico dell'anarchismo. Plechanov constatava che nel 1906 Evoluzione, Rivoluzione e Ideale anarchico (pubblicato nel 1897) era alla sua sesta edizione e dichiarava: "non c'è motivo di meravigliarsi per questo successo dovuto alla fama ed al talento letterario di Reclus. Ma occorre analizzare i punti deboli del libro che sono anche quelli dell'anarco-comunismo". La prima critica di Plechanov verte sulla definizione che Reclus dà dell'evoluzione e della rivoluzione. Plechanov la rigetta, insistendo soprattutto sulla concezione di Reclus che citava Linneo, secondo cui la natura non fa salti. Al contrario, secondo Hegel, "la natura compie salti". Plechanov critica la visione dell'eroe di Reclus. Quest'ultimo non scriveva forse: "Se da un lato vediamo l'uomo isolato sottoposto alla influenza della società intera colla sua morale tradizionale, la sua religione, la sua politica, dall'altro noi assistiamo allo spettacolo dell'individuo libero che, per quanto limitato nello spazio e nella durata delle epoche, riesce tuttavia a lasciare la sua impronta personale sul mondo che lo circonda. È facile ritrovare distintamente nella storia la traccia di migliaia e migliaia di eroi che han saputo cooperare personalmente in modo efficace all'opera collettiva della civiltà. Senza voler qui esagerare il valore proprio dell'uomo divenuto cosciente delle sue azioni e risoluto ad utilizzare la sua forza nel senso del suo ideale, è certo che quest'uomo rappresenta tutto un mondo in confronto a mille altri che vivono nel torpore di una semi-ebbrezza o nel sonno assoluto del pensiero e che arrancano senza la minima rivolta interiore nelle file di un esercito o in una processione di pellegrini. A un dato momento, la volontà di un uomo può intralciare il moto di panico di tutto un popolo". Pur riconoscendo che Reclus respinge la confusione possibile di questi eroi con una gerarchia, una aristocrazia e che si oppone alle "élites", al potere, Plechanov domanda "Ma allora gli ideologi da dove prendono le idee? È impossibile andare oltre nell'idealismo". In realtà, Plechanov non ha voluto cogliere il fatto che Reclus respinge il determinismo e dimostra coi fatti che la seduzione religiosa è sempre presente, malgrado l'annuncio della sua scomparsa da parte degli enciclopedisti del XVIII secolo: "Storicamente, il terrore dell'ignoto, origine della Religione, mi pare abbia preceduto il regime della proprietà privata. Se l'uomo fatica tanto a rivoltarsi contro l'ingiustizia, è perché si sente sempre dominato dal mistero". Plechanov sembra leggere Reclus all'inverso. Laddove Reclus sottolinea la potenza della reazione, la fragilità delle illusioni, Plechanov conclude: "Il fondamento di tutta questa argomentazione favorisce un'idea, ossia che in fin dei conti l'intelligenza trionferà sempre". Plechanov assimila Reclus ad un enciclopedista del XVIII secolo, senza voler vedere che Reclus li critica ed è diversissimo da loro e, ritiene che abbia scritto in sociologia delle "puerili impotenze" ripetendo il "grande errore" dell'anarchismo. Infine, Plechanov ritiene Reclus un antimarxista e cita il seguente testo: "Così, vedete com'è stata trattata quest'individualità poderosa, Marx, in onore del quale dei fanatici, a centinaia di migliaia, alzano le braccia al cielo, promettendo di osservare religiosamente la sua dottrina! Tutto un partito, tutto un esercito con parecchie dozzine di deputati al Parlamento tedesco, non interpretano forse adesso questa dottrina marxista proprio in senso contrario al pensiero del maestro? Egli dichiarò che il potere economico determina la forma politica delle società e adesso si afferma a suo nome che il potere economico dipenderà da una maggioranza di partito nelle assemblee politiche". Ma Plechanov interrompe questo testo che così prosegue: "Egli (Marx) proclamò che lo Stato, per abolire il pauperismo, deve abolire se stesso poiché l'essenza del male sta nell'esistenza stessa dello Stato. E ci si mette devotamente alla sua ombra per conquistare e dirigere lo Stato! Certo, se la politica di Marx dovesse vincere, sarà, come la religione del Cristo, a condizione che il maestro, in apparenza adorato, venga rinnegato nella pratica". Si deve diffidare non solo del potere già costituito, ma anche di quello che è in germe. "Le rivoluzioni sono sempre state a duplice effetto: si può dire che la Storia offra in ogni cosa il suo diritto e il suo rovescio".



LASCIAMI ENTRARE – Tomas Alfredson

Oskar, un dodicenne timido e ansioso, è regolarmente vessato dai compagni di classe, senza che riesca mai a ribellarsi. Una notte, mentre fantastica su come vendicarsi, gli appare Eli, anche lei dodicenne, appena trasferita col padre nella casa accanto. La ragazza è pallida, ha uno strano odore ed esce solo quando è buio. In coincidenza con il suo arrivo, si verificano sparizioni inspiegabili e omicidi. Per un ragazzo come Oskar, affascinato dalle storie macabre, non ci vuole molto a capire che tra Eli e questi sanguinosi eventi esiste un legame. Un amore immaginario, un fantasma solitario e amico che vampirizza per sopravvivere. Racconta della scoperta, adolescenziale, del « lato oscuro », ove amore e odio, passione e violenza si autoalimentano ed autoalimentandosi garantiscono la sopravvivenza, Lasciami entrare riqualifica le regole del sottogenere vampiresco/sonnambolico intercettando le paure che nascono sulla soglia: fisica, vedi la proliferazione di porte e finestre e permessi per entrare; ed esistenziale, il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Se nell’infanzia si ama che la luce filtri da una porta lasciata semiaperta, nell’adolescenza si ha paura della luce e possiamo scegliere di aprire o meno la porta a colui che lo
richiede. Il titolo rende esplicita questa linea di confine, che segnala, contestualmente, una richiesta di accesso all’età adulta, retta dalla legge del più forte e dell’amore per il più debole, da parte del protagonista Oskar e, un atteggiamento di apertura nei confronti dell’altro la giovane “diversa” che chiede di entrare, o, meglio ancora, un ingresso nell’età adulta sancito dalla scoperta dell’amore e della morte. Nella Svezia invernale, Oskar troverà così il modo di rispondere, di reagire alla violenza degli altri. Il regista procede decentrando i momenti orririfici o ritualizzandoli, lasciando che il sangue scorra fuori campo, come nello splendido prefinale in piscina. In un certo senso, raggela la componente horror e scalda quella melodrammatica, non temendo di accarezzare la sessualità degli adolescenti. L’ambientazione è uno dei punti di forza del film, una città immensa nella neve dove una pallida luce è il ricordo di un sole che si vede per pochi mesi l’anno, dove ogni cosa è illuminata dalla luce gialla dei lampioni. Il silenzio regna e condiziona la vita di chi vi abita,
riflettendosi nell’introverso protagonista. Il cinema di Alfredson è senza pietà e senza veli, rivela tutto il visibile con estrema perizia e un enorme uso di particolari – spesso fatti risaltare dall’assenza di profondità di campo – per evitare il terrore o la suspense e arrivare a mostrare l’orrore puro: orrore per una società in cui gli adulti non hanno nessun ruolo di guida; in cui i ragazzi sono così spietati e incontrollati da non esitare a voler cavare un occhio a un proprio coetaneo – e lo stesso protagonista è spesso mostrato con un coltello in mano mentre immagina di vendicarsi dei suoi compagni – ; una società in decadenza formata da piccoli gruppi isolati volutamente ignari e non consci di ciò che succede loro attorno, neppure degli omicidi che si svolgono con evidenza all’aria aperta. La violenza però non è mai fine a se stessa, né del resto condannata: ogni assassinio o ferimento è causato o sarà la causa di un preciso avvenimento che serve – direttamente o indirettamente – ad Oskar per maturare; ed è in fondo questa la natura del film, una sorta di bildungroman, un percorso di formazione che porta il ragazzo a conoscere la solitudine e la vendetta, l’amore e la paura.



La pratica delle rivolte

Giugno 1968. Venivano portate avanti parole d’ordine piuttosto avanzate sulla riforma delle carceri e contro la carcerazione preventiva (e non va dimenticato che sia alle Nuove che a San Vittore aveva avuto una certa importanza il contatto con gli studenti arrestati per le lotte universitarie), d’altra parte si poteva rilevare un carattere episodico dovuto sia alla mancanza di organizzazione interna, sia all’importanza eccessiva che vi ebbero motivi di contenuto immediato. La rivolta si estese a San Vittore e a Poggioreale. Aprile 1969. La rivolta. Non a caso è cominciata nel giorno dello sciopero generale per i fatti di Battipaglia, col ribadire la richiesta di riforma e con una azione di denuncia e di appello all’opinione pubblica. Si è continuato con la critica a tutto l’ordinamento giudiziario, alla giustizia di classe (negli slogan e nelle dichiarazioni ai giornali i detenuti introducevano spesso duri attacchi all’istituto della difesa d’ufficio, e soprattutto a quello della custodia preventiva, che sono due nodi fondamentali del sistema classista della giustizia italiana) (…) A lanciare parole d’ordine fu un «comitato di base» costituito da elementi giovani che si impossessarono del ciclostile per diffondere una «carta rivendicativa» in cui si proponeva l’elezione di un comitato delegato a fare una conferenza stampa e l’impegno di astenersi dai danneggiamenti nel caso le autorità avessero preso impegno di non dar corso a punizioni e trasferimenti. Le autorità non si assunsero impegni. In seguito a ciò, nell’ultimo giorno il comitato non riuscì minimamente a indirizzare la rivolta, che si fece violentissima. Bisogna ricordare che, nella fase non violenta e protestataria la polizia già seguì una tattica di brutale repressione, imbottendo il carcere di bombe lacrimogene. La giusta violenza dei carcerati fu non solo una risposta alla repressione, ma anche un tentativo pratico-politico di riforma carceraria a modo loro. Infatti fu distrutta la cappella (la religione è una delle chiavi del cosiddetto sistema rieducativo basato sulla violenza); l’ufficio matricola; l’ufficio fascicoli personali, dove il detenuto riceve il marchio di reietto; l’infermeria simbolo della discriminazione classista interna, in quanto è noto che le persone di elevata condizione (o che possono pagare) vi sono ricoverate sine die. Furono distrutte le fogne del 1857 e le tubature d’acqua antiquate, i miseri «impianti» per l’igiene, con lo scopo dichiarato di farle costruire nuove e come denuncia di una condizione di vita disumana. Furono resi inservibili i macchinari delle lavorazioni su cui si fatica otto ore per guadagnare 350 lire al giorno. Le autorità dapprima reprimono duramente, poi invece è il trionfo del paternalismo e delle promesse a buon mercato. Conclusione: l’ordine è ristabilito, col trasferimento punitivo verso carceri lontane: questo significa aggravare l’isolamento del recluso e prolungare di molto la detenzione preventiva, visto che i giudici istruttori rimangono a Torino ed in questo modo le procedure si allungano di anni. Dopo una rivolta a pagare rimangono sempre e solo loro, i detenuti. E sono anni di galera in più.[Documento detenuti, carcere di Torino, 11 aprile 1969].


giovedì 30 marzo 2023

Reclus gli anarchici e i marxisti – Parte I°

Reclus non ha avuto rapporti diretti con Marx ed Engels, che, comunque, l'hanno giudicato severamente. "Quel che pensano i socialisti che parlano francese mi diverte in modo particolare. Questi socialisti "che parlano francese" sono rappresentati, è noto, dalla triste figura dei fratelli Reclus (co-fondatori clandestini dell'Alleanza e assolutamente ignoti per quanto riguarda opere socialiste)" scriveva Marx a Bracke nel 1976. Ed Engels, scrivendo a Liebknecht l'anno successivo, affermava: "Eliseo è un generico compilatore e nient'altro. Visto che lui e suo fratello hanno partecipato alla creazione dell'Alleanza segreta, se vuole, può raccontarti più cose vere su quest'argomento di quante non possa dirgliene tu. Se sia o no nel campo di questi tipi, è assolutamente senza importanza: politicamente, è un pasticcione ed un impotente". Malgrado il disprezzo di Marx e di Engels, la scienza sovietica attuale riconosce qualche merito a Reclus, come dimostrano le varie edizioni della Bol'chava Sovetskaya Entsiklopedia. La presentazione più completa è quella della Enciclopedia filosofica che riportiamo integralmente: “Jean Jacques Elisée Reclus - 15 marzo 1830-4 luglio 1905. Francese, geografo e teorico dell'anarchismo. Nel 1865, aderì alla Prima Internazionale e sostenne Bakunin. Nel 1871, lottò al fianco dei difensori della Comune di Parigi. Dopo la sconfitta, fu bandito dalla Francia. Dal 1892 al 1905, insegnò geografia alla Nuova Università di Bruxelles, creata per sua iniziativa. Reclus acquistò fama universale per le sue opere geografiche, nelle quali la sua brillante capacità volgarizzatrice e letteraria si unisce a sconfinata scienza. Le opere di Reclus sono impregnate di idee di umanesimo e di solidarietà tra i popoli”. Nella sua opera L'Homme et la Terre (traduzione russa, 6 tomi, 1906-1909), Reclus ha cercato di dare un quadro complessivo dello sviluppo dell'umanità. Anche se Reclus esagerò l'influenza dell'ambiente sulla società umana, non fu un geografo determinista. Reclus rilevava la differenza tra l'ambiente statico (condizioni naturali) e l'ambiente dinamico (condizioni sociali), sottolineando che quest'ultimo modificava l'influenza del primo. Reclus ha insistito su tre "fatti sociali" o "leggi fondamentali" della storia: “la divisione della società in classi e la lotta tra di esse; la rivoluzione sociale, considerata come "la ricerca dell'equilibrio" tra le classi; ed il ruolo predominante dell'individuo. Reclus ha seguito la teoria soggettiva dell'eroe e dell'eroismo nella storia. La comparsa dei genì e la migliore utilizzazione delle qualità intellettuali degli uomini di genio da parte della società costituiscono il criterio del progresso”. La differenza tra l'evoluzione e la rivoluzione è stata trattata da Reclus in numerosi scritti. Secondo la definizione di Plechanov: per il carattere sociale delle sue riflessioni, Reclus richiama notevolmente gli enciclopedisti del XVIII sec. Intervenendo come teorico anarchico, Reclus ha aggiunto all'interpretazione anarchica la formula umanista di Rabelais: "Fà ciò che vuoi" ed è caduto in contraddizioni irrisolvibili, sforzandosi, attraverso un approccio anarchico, di risolvere il problema della libertà dell'individuo e la difesa dell'anarchismo".